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L’antica pratica giapponese del Kintsugi prevede la riparazione di oggetti di ceramica tramite l’oro e l’argento liquido, questi, una volta riparati acquistano più valore. L’idea che, appunto, ne sta alla base è che dall’imperfezione causata da una ferita possa nascere qualcosa di migliorato, più pregiato. La ferita in questione è l’uscita dalla band di Chris Walla, chitarrista e produttore per 17 anni, e come afferma il bassista Nick Harmer in una recente intervista il disco rappresenta la fine e allo stesso tempo il continuo di una storia: quella dei Death Cab For Cutie.

Nati con il tramontare del grunge, a Seattle, i Death Cab For Cutie hanno costruito il loro successo non solo concedendosi all’industria televisiva commerciale – dalla camera di Seth Cohen in O.C. a New Moon della saga Twilight -, ma anche attraverso la passione letteraria del loro frontman, Ben Gibbard, e le doti musicali di Chris Walla. Una carriera fatta di inevitabili compromessi ma anche di successi sorprendenti per quanto meritati. Nonostante Walla abbia portato a termine le registrazioni con il gruppo, la produzione è toccata a Rich Costey, già all’opera con Absolution e Black Holes and Revelations dei Muse e molti altri artisti dal calibro Franz Ferdinand, Mew, Dave Navarro, Rage Against the Machine tra gli altri.

In uscita il 31 Marzo per la Atlantic Records, Kintsugi è l’ottavo full-lenght della band washingtoniana. Dalla svolta pop in Plans, alla leggera virata elettronica di Narrow Stairs, il sound dei Death Cab è cambiato molto durante il corso degli anni pur mantenendo però dei tratti caratteristici che li rendevano unici in quello scenario indie pop americano inizi 2000. Tratti che ritroviamo anche questa volta in pezzi come No Room In Frame, dalle sonorità delicate ed un’elettronica impiegata al minimo o in Black Sun, primo singolo, dal riff intrigante ed una atmosfera più malinconica.

Il disco, composto da 11 tracce, è ben confezionato e suonato. Le massicce dosi di dolore e la matura introspezione presente in Kintsugi allontanano i DCFC da quel non-so-che di adolescenziale, ma li allontanano anche da quei memorabili ritornelli melodici e svettanti per cui la band è conosciuta. Mancano riff brillanti a la Title and Registration e spesso le melodie cadono nello scontato come nella quarta traccia Little Wanderer: un pop rock trito e ritrito. L’album è diviso in due parti, una prima dal suono indie-rock e una seconda synth pop dalle diverse fusioni stilistiche. A fare da spartiacque ci pensa Hold No Guns, completamente acustica in cui Gibbard molto probabilmente si riferisce alla celebre attrice Zooey Deschanel da cui si è divorziato tre anni fa… “Darling don’t you understand that there are no winners?”.

Gli episodi più riusciti del disco sono Everything’s A Ceiling, che si muove su un tappeto synth sui cui si innalza una voce in primo piano fino all’arrivo di un chitarra che ne sublima il ritmo e El Dorado dall’atmosfera misteriosa e doppia voce fino alla fine. Meno solare del precedente disco, Kintsugi è un buon composto pop-rock ma da dopo vent’anni di carriera ci si aspetta qualcosina in più. La ferita è ancora aperta, non del tutto rimarginata. Il disco è un nuovo approdo per la band, funge da antidolorifico ma non da cura.

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