Recensioni

Vent’anni di carriera, il primo album dei Death Cab for Cutie orfano al 100% di Chris Walla (Kintsugi del 2015 lo aveva visto ancora alle chitarre, svestendo però il ruolo di producer), il traguardo dei quaranta ormai ampiamente superato. Per Ben Gibbard è tempo di una maturità nuova, di riflessioni profonde e di proseguire nell’impresa eccezionale di trasformare gli eventi negativi in aneliti di armonia ed equilibrio. Il percorso di ripresa dopo l’ultima deludente prova parte proprio dalla sua città, Seattle. Gold Rush, videoclip che anticipa l’uscita di Thank You For Today, vede il frontman affrontare camminando, esattamente come Ashcroft in Bittersweet Symphony, le varie epoche della propria città finendo soffocato da una frotta di contemporanei con gli occhi fissi sul proprio smartphone.
L’immagine disastrosa di una città irriconoscibile, affidata al sample preso in prestito da Mind Train di Yoko Ono e ad un’andatura alla Primal Scream, non si configura come una critica, quanto piuttosto come uno spunto di riflessione. È lo stesso Gibbard a spiegare questo concetto: «As I’ve gotten older, I’ve become acutely aware of how I connect my memories to my geography and [how] the landscape of the city changes (…) the song is not a complaint about how things were better or anything like that. It’s an observation, but more about coming to terms with the passage of time and losing the people and the moments in my life all over again as I walk down a street that is now so unfamiliar». L’osservazione della vita e dei suoi cambiamenti, della mutevolezza degli esseri umani e dei loro comportamenti è la chiave di lettura per comprendere un album apparentemente nostalgico come Thank You For Today. Basti pensare al piano di 60&punk per volare sull’onda dei ricordi («But when you’re looking in the mirror do you see that kid that you used to be?») o a Summer Years per cavalcare quella dei rimpianti («And I wonder where you are tonight, if the one you’re with was a compromise»).
L’impianto, tuttavia, risulta ben presto scarico e privo di una vera e propria idea in fatto di sound. La svolta auspicata e attesa dal lavoro di un producer (stavolta consolidato) come Rich Costey (Muse, Interpol) è stata disattesa. Se si esclude I dreamt We Spoke Again, opener da applausi con un basso in pieno stile Cure, nelle dieci tracce non ci sono sussulti e le sorprese sono ridotte all’osso. Tutto sembra uno scarno resoconto del tempo che fugge, adombrato da tessiture che troppo spesso ricordano un pop annacquato di matrice 80s, lontanissimo parente del groove indie folk dell’ormai remoto Transatlanticism. Thank You For Today, sebbene si posizioni un gradino sopra le ultime due produzioni dei Death Cab For Cutie, arranca ancora faticosamente per tornare ai fasti del decennio precedente. Il seme della speranza è piantato e di aspettative ne possiamo nutrire ancora. Perché? Semplice: Benjamin Gibbard è molto più di questo.
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