• Nov
    14
    2013

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Thirdworld

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Negli ultimi tre anni i Death Grips hanno lavorato sodo per costruirsi l’immagine da antagonisti con cui sono oggi percepiti, con l’utilizzo di espedienti più o meno discutibili, a tal punto che è divenuto impegnativo seguire il trio di Sacramento senza essere esposti a una certa dose di stress. Un antagonismo non solo verso il sistema discografico, ma anche verso il pubblico stesso, rappresentato ad esempio dalla performance/non-performance di Chicago che ha mandato in tilt i booking agent, che, a loro volta, si sono visti costretti a cancellare le successive date per evitare possibili incidenti.

L’ulteriore free-download di Government Plates, è anch’esso figlio di questo impulso primitivo – che osservato da vicino somiglia più ad un piano studiatissimo –  di smantellare dalle fondamenta le poche fragili certezze rimaste ormai nel mondo del consumo musicale. Attenzione, non strettamente nel music business – che viaggia ormai da tempo senza bussola – ma proprio nel consolidato rapporto tra artista e pubblico, tra cosa può essere considerato arte e cosa no, tra cosa è lecito e cosa non lo è, mettendo in discussione sia il contenuto, che il contenitore, ma anche soprattutto il ruolo del performer. L’unico chiaro messaggio del gruppo sino ad ora è stato: non dare niente per scontato.

Ecco allora che in queste nuove 11 tracce, il contributo di MC Ride è meno sostanzioso rispetto al passato, con fraseggi ripetuti allo sfinimento – This Is Violence Now (Don’t Get Wrong) – e in alcuni casi una quasi totale assenza di essi. Una serie di bozzetti che ampliano la gamma sonora sperimentata da Zack Hill e Andy Morin, senza quindi quella sequenza di immagini e flussi di coscienza partoriti nei primi tre album da Stefan ‘MC Ride’ Burnett, che in NO LOVE DEEP WEB assumevano addirittura i contorni di un lungo racconto sconnesso.

Per certi versi questo rappresenta il disco più easy dei Death Grips ad oggi e anche la produzione lo rispecchia. I suoni virano decisamente verso riferimenti più ludici, allontanandosi leggermente dalle sponde industrial avvicinate in The Money Store, andando a ripescare incarnazioni techno dei 90’s – Big House, ma anche la batteria di Whatever I Want (Fuck Who’s Watching) – e anche ambientazioni sonore ravey da videogame cabinato, specie nell’uso dei synth e dei sample vocali, senza dimenticare la struttura wonky distorta che caratterizza il collage sonoro dei californiani.

Una piccola variazione sul tema che molto probabilmente si rivelerà essere la colonna sonora per il  film che Zack Hill sta scrivendo e sceneggiando, i cui contenuti sono ancora misteriosi. D’altronde il disco non è stato accompagnato da alcuna press release né da dichiarazioni ufficiali da parte del gruppo al momento della pubblicazione, avvenuta negli stessi giorni in cui il tanto chiacchierato NO LOVE DEEP WEB arrivava – finalmente – nei negozi, incartato in una busta nera di plastica per nasconderne la copertina.

In quest’ottica, Government Plates può essere definita un’opera completa solo per metà, o comunque il pezzo di un puzzle audio-visivo più grande, su cui ancora non abbiamo messo le mani. Ma l’impressione generale è che i Death Grips vogliano spingere la barca più a largo possibile – per vedere quanto ce n’è – continuando a rompere convenzioni, prima di sbattere inevitabilmente contro il fondale di cartone e abbandonare lo show.

5 Dicembre 2013
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