• mag
    20
    2016

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Sony Music Entertainment

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Al Green Man Festival del 2015 ci era capitato di assistere con un certo interesse al breve live di un ragazzino minuto, armato solamente di chitarra elettrica e di una manciata di canzoni incredibilmente mature e ben arrangiate per l’età. Quel ragazzino era Declan McKenna, nuova (ennesima?) promessa del pop inglese. Classe 1998, diciotto anni ancora da compiere, nato e cresciuto nello Hertfordshire, Declan nell’arco di pochi mesi – con una facilità decisamente fuori dalla norma – viene notato da due brand-simbolo della musica britannica (il Glastonbury Festival e il magazine NME) e da svariate etichette discografiche, finendo poi per firmare un contratto con Columbia.

Scritta a quindici anni, Brazil – la sua canzone di punta – nei primi mesi dell’anno ha trovato diversi riscontri all’interno di quel macro-universo che si muove a cavallo tra indie e mainstream, e non è difficile capirne i motivi: a livello di struttura, non è banale, non stanca al primo ascolto, ma soprattutto a livello testuale mette in luce una creatività sorprendente, soprattutto se si considerano i dati all’anagrafe di chi l’ha scritta. Con un po’ di cattiveria potrebbe essere visto come un esercizio di facile retorica, ma presentarsi con una critica sociale così acuta nei confronti della FIFA (in particolare di Blatter, dimessosi poco dopo per lo scandalo corruzione) in occasione dei Mondiali di calcio, denota anche una certa audacia, premiata – peraltro – dal recente invito al Late Show di Stephen Colbert a ridosso delle Olimpiadi di Rio.

Cantautorato mascherato da indie pop british che a livello di songwriting (baciato da una precoce maturità) può ricordare quello del primo Jake Bugg in una veste meno folkish, sebbene in alcune occasioni (vedi la versione dylaniana di Brazil suonata da Conan) emergano comunque radici di stampo più tradizionale. L’EP d’esordio, Liar, è un buon biglietto da visita, utile per capire che oltre a Brazil è comunque presente l’ispirazione e la linfa compositiva necessaria per poter pensare in grande: Paracetamol (anche in questo caso la tematica è piuttosto calda, influenzata dal suicidio della transgender Leelah Alcorn) è costruita attorno ad un tappeto di synth in modalità organo e a suoni simil-8 bit, Bethlehem (qui la critica è alla religione) strizza l’occhio a Pete Doherty ma con una personalità tutta sua, mentre la conclusiva Howl è chiaramente un tentativo (spontaneo? voluto dalla major?) più o meno riuscito di proporre qualcosa di – ancora – più appetibile, non solo per le radio alternative ma anche per il grande pubblico.

Nell’attesa del formato album, per il momento apprezziamo Declan ma con cautela, considerando in particolare possibili involuzioni future (il pessimo On My One di Bugg valga da monito).

6 settembre 2016
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