Live Report
Dal 20 agosto al 23 agosto 2015

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Ripetere i livelli dello scorso anno sarebbe stato praticamente impossibile, ma al Green Man Festival hanno fatto di tutto per rendere l’edizione 2015 altrettanto memorabile. Se non ci sono riusciti non è stato per motivi di lineup, ma per alcuni piccoli fattori esterni – quasi trascurabili – che hanno lievemente scalfito la magia del “festival perfetto”.

Il fattore principale è stato il meteo: se l’edizione 2014 fu baciata da una irripetibile ondata di sole, quest’anno su Glanusk Park si è abbattuto il classico clima da festival inglese con pioggia quotidiana ed il conseguente mare di fango. Il secondo fattore è stato il pubblico: se da un lato non è mancata la consueta eterogeneità (numerosissime le famiglie con bambini piccoli ma nutrita anche la presenza di over 50), si è assistito – almeno a sensazione – ad un forte incremento di teenager apparentemente disinteressati ai concerti pre-night. Per loro è stato principalmente un grande party dove poter addobbarsi da finti-hippy prima di tornare a ballare nei club di Londra tra un cocktail e un brano di Jason Derulo. Infine – ok, può sembrare ridicolo – le vespe, e non tanto per la presenza di nidi – perfettamente segnalati – all’interno della bellissima area del festival, quanto per le difficoltà che abbiamo incontrato nel bere e mangiare in tranquillità senza essere disturbati. Vespe che, tra le altre cose, hanno ronzato anche attorno agli artisti, regalando alcuni momenti di ilarità. Detto questo, il Green Man si è comunque confermato su standard elevatissimi, resi possibili da una organizzazione unica, attenta alla sostenibilità e al contempo incredibilmente efficiente (code per bagni e bar praticamente assenti, nonostante il sold out).

Giovedì 20 agosto

Il warm-up day è stato aperto da Gwenno Saunders, in arte Gwenno: già nelle Pipettes, la Saunders ha poi intrapreso una carriera solista a cavallo tra origini gallesi (molti brani sono in gaelico) ed electropop pulsante e piacevole. Sul palco la resa è stata ottima. Peter Broderick è stato un vero portento, la definizione di polistrumentista fatta a persona: che sia chitarra, pianoforte o violino, il già Efterklang ha dimostrato di non conoscere limiti. Dan Deacon ha stampato sorrisi beoti su chiunque, e la sua performance è stata intrattenimento puro, un’esperienza di gruppo più che un’esibizione. Accompagnato dal batterista Jeremy Hyman, l’americano ha giocato con il pubblico, creando finte gare di ballo e coreografie estemporanee sulle note delle sue strampalate e sfrenate composizioni.

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Venerdì 21 agosto

Il primo vero giorno di festival si è aperto con i londinesi Hunck, vincitori del contest “Green Man Rising” e autori di un indie rock onesto ma ancora perfettibile. Per certi versi più interessante Declan McKenna, giovanissimo (sedici anni) cantautore che unisce attitudine british e indie-pop. Chi invece è sembrato già alquanto affermato è C Duncan. Forte dei brani killer contenuti nel suo debutto Architect, l’artista di Glasgow ha regalato alcuni dei migliori momenti dell’intero festival, almeno a livello di mood generato. Formazione a quattro sul palco, con il perenne supporto (anche ai cori) dei tre musicisti. Ha convinto a metà Briana Marela, prodotta da Alex Somers (Jónsi & Alex) e in studio con l’aiuto delle Amiina: l’americana si è presentata da sola, faticando a tenere alta l’attenzione del pubblico con un art-synth-pop leggermente monocorde.

Onesto mestierante, Bill Ryder-Jones è rimasto lontano dalle composizioni intimiste a dosaggio neo classical dei suoi bei dischi solisti, preferendo un impianto prettamente pop-rock. Buone prospettive per i giovani Kidsmoke, i quali, sul palco del Green Man Rising, hanno presentato una manciata di brani indie-pop FM (Take Me To The River è già radio-ready). Natalie Prass è stata brava, stilisticamente pulita e impeccabile (il contorno di musicisti di estrazione soul ha fatto il resto) ma l’atteggiamento da diva ha reso la performance a tratti irritante. Una delusione.

Da rivedere meglio Alice Barlow, mentre Conor O’Brien con i suoi Villagers ha portato sul palco un set piacevolissimo, maturo e ben arrangiato. Dopo un breve passaggio in area press per la session dei Teleman (al Green Man già lo scorso anno) è stato il turno di Chelou da Londra, convincente incrocio tra indie rock anni Novanta, passaggi più intimisti e dettagli elettronici. Mediaticamente ridimensionata rispetto a qualche anno fa (anche perché sono quattro anni che non pubblica un album), Emmy the Great è riuscita ad impressionare positivamente tra cantautorato folk e tentazioni pop (il recente singolo Swimming Pool contenuto nell’ultimo EP), accompagnata alla chitarra dal fratello. Un set molto personale, intimo e vagamente malinconico.

Divisi tra i beat contagiosi dell’ultimo Why Make Sense? e i classiconi di una decina di anni fa, gli Hot Chip hanno meritato il ruolo di headliner. Per loro l’area del Mountain Stage era praticamente piena e stare fermi è stato decisamente impossibile. In semi-contemporanea, al Far Out hanno suonato i Mew, davanti ad una platea poco numerosa (i ragazzini sono tutti a far festa con le casse dritte degli Hot Chip). Jonas Bjerre necessita di concentrazione per replicare alcune prodezze vocali ed è rimasto statuario davanti al microfono, un’immagine che ha contrastato con l’attitudine rock di una band che dietro di lui sembrava voler spaccare il mondo. Un paio di episodi minori, ma quando giocano con le metriche sono clamorosi. L’apice è stato raggiunto però con l’uno-due SpecialThe Zookeeper’s Boy. Ascoltarle a pochi minuti di distanza da Over and Over degli Hot Chip ha creato un varco temporale teso verso il 2006.

Una foto pubblicata da Eugi Angelini (@bianca_gege) in data:

Sabato 22 agosto

La giornata si è aperta con i Left Outsides, duo marito-moglie dedito ad un folk dalle tinte oscure e dalle suggestioni medievali. Giusto il tempo di apprezzare Anna B Savage e il suo intenso cantautorato, e ci si proietta al Far Out dove suonano i bristoliani Trust Fund, divertenti e scanzonati nel loro indiepop venato di pop-punk. Gli inglesi si sono alternati continuamente sul palco, creando una grande dinamicità accompagnata da un’euforia assolutamente giovanile. Un must-see, se mai passeranno dall’Italia. Nulla di sconvolgente dalle parti di Hannah Lou Clark e dei The Drink, mentre, poco dopo, Marika Hackman ha mostrato a un migliaio di persone di che pasta è fatta. Completamente da sola, ha tenuto il palco con la tranquillità (e la tecnica) di una veterana, proponendo parte dell’album d’esordio e la cover di 81 di Joanna Newsom. Qualche minuto dopo è stato il turno degli islandesi Vök e del loro minimale pop elettronico. A tratti sono sembrati gli xx, ma l’importante utilizzo del sax porta tutto su un discorso più personale e sofisticato.

È arrivata poi improvvisa la notizia del set a sorpresa di Bat For Lashes, le voci sono circolate, ma non era del tutto chiaro cosa sarebbe accaduto: ci sono sicuramente i Toy con lei, ma a fare cosa? Posizionati in prima fila in una bolgia infernale, abbiamo scorto la setlist. Sette brani scritti in nero e in fondo, in caratteri cubitali rossi, la dicitura Sex Witch. L’ipotesi era che i Toy avessero intenzione di suonare pezzi nuovi (i titoli erano tutti inediti, a prima vista) e che Natasha Khan arrivasse in chiusura per presentare Sex Witch. La breve introduzione non ha però lasciato dubbi: Bat For Lashes era al Green Man per suonare in anteprima il suo nuovo album realizzato insieme ai Toy. Difficile inquadrare il progetto sul momento: la band inglese ha macinato ritmi psych piú tribal-etnici del solito, mentre Natasha si è lasciata andare ad urla, gemiti e melodie scomposte. Tutto molto fisico e sensualmente mantrico.

Sullo stesso palco White Fence (con Cate Le Bon alla chitarra) ha regalato quaranta minuti di ottimo garage psichedelico suonato con grande esperienza. Sempre divertenti i Wave Pictures. Il pubblico più trasversale l’abbiamo individuato proprio qui, tra fan di tutte le età e un mega fenicottero gonfiabile, probabilmente tributo al loro Great Big Flamingo Burning Moon. Il pubblico più numeroso della tre giorni l’abbiamo invece visto poco dopo al Mountain Stage per i Super Furry Animals. La band di Guff Rhys giocava in casa e si è visto. Colori lisergici e suoni perfetti anche a cento metri dal palco, almeno per i primi quattro pezzi, finché cioè non ci siamo spostati al Far Out per gli Slowdive, sempre ammalianti e dream-inducing, nonostante il set sia rimasto praticamente invariato rispetto allo scorso anno. Subito dopo il live degli inglesi, il tendone si è riempito per Jamie xx. Pubblico molto giovane, che si è mosso non solo al ritmo dei recenti successi, ma anche durante i minuti in cui il Nostro si è lasciato andare a variazioni sul tema improvvisate.

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Domenica 23 agosto

Dopo quasi venti ore di pioggia ininterrotta, Aurora – leggermente infreddolita, nonostante le origini – è salita sul palco del Walled Garden giocando con le bolle di sapone e muovendosi come un folletto nordico con la gestualità di una Lorde meno forzatamente matura. I brani vincenti non le mancano (Runaway e Running With The Wolves), e la musicista li ha proposti (insieme ad una backing band seria e precisa) con una umiltà difficile da riscontrare in ipotetiche future star. Alto potenziale anche per i Palace (poco dopo al Far Out), ma il loro pop-rock ha bisogno di qualche spunto più personale per risultare davvero interessante. Notevole comunque il gran finale, con la cover di You Can’t Always Get What You Want degli Stones.

Buona la performance di Waxahatchee accompagnata dalla sorella gemella Allison e da altri componenti degli Swearin’. Le composizioni ci sono sembrate buone, ma dal vivo alla lunga tendono ad essere un po’ piatte. Prima che l’americana finisse, ci siamo spostati da Ryley Walker, il quale ha colorato il pomeriggio grazie a sonorità psy-folk dal retaggio retrò riscaldate dai primi raggi di sole. Dodici corde, tastiera vintage e contrabbasso suonati con estro e invidiabile tecnica.

E’ arrivato poi l’attesissimo turno degli Antlers, a memoria mai venuti in Italia. Solo in tre sul palco (anche per questo motivo, probabilmente, non hanno eseguito Palace e altri brani che necessitano dei fiati), con Peter Silberman assolutamente eccelso e più (Jeff) buckelyano che mai e soprattutto un Darby Cicci in formato octopus, responsabile in contemporanea dei bassi (elettronici, sempre profondissimi), delle sezioni di piano/tastiera e di tutta l’effettistica. Un lavoro incredibile. Dopo tanta intensità emotiva il live dei Sylvan Esso è sembrato robetta di serie B. Poco prima delle 21:00 è salito sul palco principale Father John Misty e gli sono bastati pochi secondi per dare spettacolo. Avevamo già apprezzato le sue capacità teatrali e di puro intrattenitore tre anni fa al Covo Club, ma in questa occasione il musicista ha portato le medesime caratteristiche ad un livello più alto. Oggi è una vera star. Veramente alto il numero di spettatori (secondo solo al live dei SFA): d’altronde è difficile muoversi da lì, quando sul palco (e non solo, considerate le frequenti le incursioni tra il pubblico) c’è qualcuno che arricchisce ogni minuto con perle di ironia tagliente. Ottimo anche l’aspetto musicale ovviamente, ben distribuito tra i due album.

Molta, moltissima gente anche per Courtney Barnett, tanto che è stato difficile riuscire ad entrare sotto al tendone Far Out. Come per Father John Misty, fa effetto pensare a quanto le cose siano cambiate rispetto ad un passato non poi così remoto (per la precisione, rispetto al Primavera Sound dello scorso anno), quando l’australiana cantò davanti a cinquecento persone. Il cartellone del Mountain Stage si è concluso con una St.Vincent che è sembrata una dea-robot, non solo per le ormai famose movenze e micro coreografie che esegue, ma anche per il fatto di essere in grado di cantare in modo impeccabile e contemporaneamente di suonare la chitarra senza una minima sbavatura. Quasi troppo perfetta, verrebbe da dire, ma è il rischio che si corre quando sul palco si raggiunge il definitivo equilibrio artistico e lo si porta a certi livelli di precisione. A chiudere la giornata i Goat al Far Out, che hanno regalato gli ultimi scampoli di ballo sciamanico e si sono confermati come una delle più incredibili live-band in circolazione. Come da tradizione, allo scoccare della mezzanotte (o quasi) è stato bruciato il Green Man. Un momento di grande raccolta ed estasi collettiva, tra giochi di luci e fuochi d’artificio, in cui tutte le belle immagini dei giorni precedenti si sono ripresentate davanti agli occhi prima di svanire per lasciare posto a quelle (per ora solo immaginate) della prossima edizione.

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27 agosto 2015
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