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«I had my dreams but in this world they’re gone/Oh, I’m so lonesome on my one», esordisce nella title-track del suo ultimo disco il ventiduenne Jake Bugg, a tre anni scarsi di distanza dal non proprio fortunatissimo Shangri La. Ebbene, l’artista anglosassone ha scelto per On My One la formula del “faccio tutto io che è meglio”, partendo appunto dal titolo (rivisitazione personale del detto di Nottingham “on my own”) e inglobando la maggior parte del songwriting e della produzione con una mossa – parole testuali – necessaria alla naturale evoluzione della sua carriera di cantautore. Se si può definire a prescindere lodevole l’intenzione del giovane musicista, non è altrettanto automatico che i risvolti di tale scelta siano in tutto e per tutto positivi.

Gli undici pezzi contenuti nella terza fatica di Bugg, infatti, paiono un’accozzaglia di generi buttati lì un po’ casualmente, senza un filo logico che ne spieghi le trame: dopo l’apertura acustica arriva il frizzante singolo di punta (sic!) Gimme The Love con quel fare anni Novanta delle percussioni e la voce sgraziata che si dà al rap con una convinzione tale da destabilizzare in negativo, specie quando sopraggiungono le linee di chitarra e i cori; Love, Hope and Misery ristabilisce la legge della ballata romantica, un misto tra i momenti sdolcinati Arctic Monkeys e pop à la Take That condito da certi stop suadenti che fanno pensare a Mercy di DuffyThe Love We’re Hoping For si ributta sulla forma semplice con chitarra acustica calda e voce, seguita dall’americanata folk Put Out The Fire e da Never Wanna Dance, canzone più vicina a un duetto tra Nelly e Kelly Rowland che a un brano del passato discografico di Jake Bugg; Bitter Salt strizza nuovamente l’occhio al pop internazionale, Ain’t No Rhyme è la martellata decisiva sulle gonadi dei Beastie Boys, Livin’ Up The Country riabbraccia i mandriani degli Stati Uniti e All That si fa calorosamente intimista. La chiusura Hold On You si aggancia al blues, in qualità di ciliegina su quella torta multistrato (e tremendamente pasticciata) che finisce per essere On My One.

Che a poco più di venti anni non si sappia con precisione quale sia la strada da intraprendere per crescere artisticamente è pure giusto, ma si spera che in un futuro prossimo Jake riaggiusti il tiro dopo aver riascoltato questo album ed essersi imbarazzato nel mentre almeno come è accaduto a noi.

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