• Ott
    02
    2003

Album

Ipecac Recordings

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Le Desert Sessions sono ormai da anni (il primo volume risale al ’97) la realtà parallela sonora di Josh Homme, il suo dark side creativo, la bottega degli orrori aperta ad improvvisazioni, collaborazioni, scazzi ed esperimenti. Abdicato via via il magma psichedelico del periodo Kyuss, le jam si sono sempre più cristallizzate in forma di canzoni, sovente così buone da venire riutilizzate (in veste più “opportuna”) nei progetti ufficiali (Queens Of The Stone Age, Mondo Generator).

Arrivati ai volumi 9 e 10, la formula ha raggiunto una tale efficacia da surclassare – per la freschezza e l’intensità dell’impatto – la muscolarità freak del recente Songs For The Deaf a firma QotSA. Dove quello infatti si esaurisce nella combustione di forme ipercinetiche – ruvide sotto una glassa ruffiana, mostruose ma pur sempre nell’ambito di una narrazione fin troppo rassicurante (che è la ragione stessa della mostruosità), una partita a carte scoperte con l’immaginario hard-rock – qui la teatralità sembra sprofondare sotto il livello del suolo (o del suono?), alla luce fioca di cantine off, tra brividi out of time e un refolo di gelida anarchia. Convincono certe intuizioni melodico/stilistiche (il marpionismo stomp di I Wanna Make It Wit Chu, la torrida tetraggine desert di Crawl Home, il blues al metadone di Holey Dime) e quel senso di sbrigliatezza che sgrana i bordi, quegli spasimi d’eccitazione che spuntano dalle elettricità sfilacciate, covano nelle ombre, nelle polluzioni elettroniche, nelle incandescenze scomposte di un suono che restituisce fragranze normalmente irreperibili – perché aliene, giudicate chissà perché indigeribili e quindi eliminate dalle “normali” produzioni. Un ascolto vagamente fuori dal tempo quindi, inzuppato di goliardia acida e psichedelia autoreferenziale, come se l’alone di comunità riparata (un autentico plotone di scellerati pistoleri dell’hard deviante, da Dean Ween a pezzi di A Perfect Circle e Marylin Manson) prevalesse sulla “presenza” dell’ascoltatore futuro, e questi nastri rivelassero un rituale segreto che tale avrebbe potuto benissimo rimanere.

Messa così non stupisce che tracce come Subcutaneous Phat sembrino proiettili traccianti sparati a ciò che resta del desert sound, oppure I´m Here For Your Daughter e Covered In Punk´s Blood meri esercizi a soggetto (folk mariachi il primo e tritatutto hard-punk il secondo), tiri d’aggiustamento più che canzoni fatte e compiute. Nel ruolo di vestale, sciamana e forse – chissà – anche musa ispiratrice troviamo una PJ Harvey sugli scudi di un invasamento antico, eccellente davvero nelle interpretazioni della già citata Crawl Home e in There Will Never Be A Better Time (torrido folk blues flamencato condotto dalla chitarra acustica di Chris Goss verso un intenso autodafé melodico), ed è brava a reggere la parte pure nella banalotta A Girl Like Me nonché ad inscenare un soul dei suoi (nevrastenico-uterino) nella bizzarria elettrowave di Powdered Wig Machine.

L’iniziale Dead In Love sembra riesumare la bituminosa cupezza di certi Soundgarden (sotto cui ancora Polly Jean stende una palpitante controtrama di piano) come ancor meglio riesce a Bring It Back Gentle, dove le dinamiche si stemperano in un valzer saturo di apatiche nebbioline. Conclude la scaletta quella specie di delirio etilico che è Sheperd’s Pie, sulla cui fibra cazzona c’è poco da dire se non che quei coretti mariachi raggiungono un grado di misteriosa, irresistibile comicità nonsense. Prendetelo dunque per quello che è, puro accessorio sonoro (perché non necessario) con licenza di rapire e azzannare. Come dovrebbero capitare più spesso. Tra capo e collo.

1 Gennaio 2003
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