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A una lettura più attenta è possibile dare un ulteriore significato a Rocket Man, uno dei brani più famosi di Elton John, quello che non può assolutamente mancare da una sua performance live, quello per cui migliaia di artisti ucciderebbero e, infine, quello che dà il titolo – modificato in senso lato in Rocketman – al biopic dedicato al cantautore britannico e diretto da Dexter Fletcher. Uscito nel marzo del 1972, il brano è una celebrazione della foga spaziale che in quegli anni imperversava sui mass media e nella cultura americana in particolare (non è un caso che è proprio grazie a questo singolo che John aumenterà a dismisura la propria fama nel nuovo continente, raggiungendo la posizione #6 in classifica), ma è anche il racconto di un uomo costretto a lasciare il pianeta Terra per compiere una grande avventura, lasciandosi così indietro affetti e rapporti famigliari (parabola che ricorda molto da vicino quella del Major Tom di Space Oddity, tanto che lo stesso David Bowie la citerà sarcasticamente in un «I’m just a Rocket Man!» inserito durante un’esibizione live alla BBC proprio nel ’72). È comunque straordinario riflettere a posteriori su quanto questa celebre canzone possa ergersi a metafora complessiva dell’intera carriera artistica di Elton John, a una quest sfiancante il cui fine ultimo è una riaffermazione di una identità propria da strappare coi denti sia alla società benpensante dell’epoca (le puritanissime America e Regno Unito), sia a una famiglia distaccata e con problemi psicologici legati principalmente alle dimostrazioni d’affetto (dal padre apatico di Sir Reginald alla madre tutt’altro che sinonimo di amorevolezza).

«I’m not the man they think I am at home / Oh no no no I’m a rocket man!» è un verso sul quale si potrebbe costruire un intero film, ed è quanto riesce a fare in maniera sorprendente Fletcher nel suo biopic, che nonostante conservi la struttura tipica dei film biografici, è continuamente ed efficacemente alleggerito dai ripetuti segmenti che catapultano la narrazione dallo schermo gigante di un cinema allo stage principale di Broadway, con comparse in grado di eseguire coreografie sgargianti e poliedriche che riflettono molto bene una delle personalità più gigione di tutto il panorama musicale, e vero contraltare del movimento glam (sponda pop) portato avanti da nomi illustri quali Bolan e Bowie. Rocketman nasce appunto con uno scopo preciso, una lunga seduta psicoanalitica in cui poter sfogare le proprie frustrazioni, in cui mettersi a nudo e spogliarsi della paura di essere respinti – dalla società, dalla famiglia, dagli amici –  a causa di una personalità non in linea con il gusto comune. Per questo – e un’altra serie di fattori – quello di Fletcher è un film riuscito, prima ancora che essere un discreto biopic, perché mette in campo la figura bigger than life di Elton John: la sua vita piena di eccessi e frustrazioni, i suoi successi di sempre sono utilizzati per segnare un passaggio fondamentale sia umano sia professionale – dalla Tiny Dancer dedicata alla compagna di Bernie Taupin all’emozionante Crocodile Rock eseguita al Troubadour, dove potersi finalmente sentire leggeri come l’aria per un successo tangibile in arrivo, dove una Bennie and the Jets sta a sancire la separazione netta e insieme la confusione tra personaggio e persona, e dove, infine, è la già citata Rocket Man a dare l’indicazione maggiore sulla rotta intrapresa dal regista (e da Lee Hall, che firma lo script), con quel «And I’m gonna be high as a kite by then» che fa il paio con la sregolatezza ormai fuori controllo che vediamo rappresentata sullo schermo.

Fletcher, grazie a una libertà narrativa sugli eventi storici ripetutamente giustificata dall’impalcatura stessa della sua opera (bisogna mettersi in testa di aver davanti un musical, un terreno spigolosissimo in cui la logica deve sospendersi di tanto in tanto per inquadrare meglio uno scopo più ampio), ha così campo libero non solo per raccontare le diverse facce di una vita complessa, complicata dal suo stesso autore, ma indubbiamente emozionante, ma anche la vita di chiunque nel corso del tempo si sia sentito anche per un attimo inadeguato alla società che lo circonda, che abbia sofferto il fatto di non potersi esprimere liberamente o che non sia riuscito a trovare la quadra a causa di un’identità ancora incerta, da portare a maturità. Gli dà man forte un Taron Egerton semplicemente eccezionale (i due avevano già trovato un’intesa vincente nel precedente Eddie the Eagle), che dà vita almeno a tre personalità completamente diverse nell’arco della narrazione non cadendo mai nella trappola della banale imitazione: ogni brano è interpretato con un carisma tale che la sua immagine spesso e volentieri si sovrappone a quella dello stesso John, senza mai suggerire il sospetto che si stia replicando un’icona, anzi con la certezza piena di aver assistito a un lavoro certosino sulla sua re-interpretazione. Gli scambi con il resto del cast (dal Taupin di Jamie Bell al John Reid di Richard Madden) rendono lampante (non che ce ne fosse bisogno) la sua caratura d’attore completo e pronto a spiccare il salto definitivo, capace com’è di equilibrare ironia e dramma anche all’interno di una stessa sequenza (come quelle all’interno della fantasiosa cornice).

Non tutto è oliato a dovere, specialmente dove alcuni cliché sono ripetuti ossessivamente senza trovare mai veramente una chiave di volta personale e decisiva, soprattutto per l’irruenza dello stesso Elton John, una vera molla impazzita all’epoca per lo show business mondiale, ma Rocketman svolge pienamente la sua funzione in virtù degli obiettivi che si prefissa: celebrare l’arte e la musica di una delle personalità più complesse del mondo musicale filtrandole attraverso l’immagine sgargiante, l’esuberanza dei colori, la saturazione del senso dello spettacolo (e quindi vestiti da circo e la mania degli occhiali più esilaranti come se piovesse), sacrificando un po’ di sostanza per restituire così un musical energico e frizzante. Proprio come un uomo-razzo costruito per fondere la sua miccia in solitudine.

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