Recensioni

La sensazione, in definitiva, ogni volta che proviamo a tirare le fila sul Siren è che più che di un festival stiamo raccontando di una piccola oasi musicale da curare e preservare. Diventa sempre più difficile di anno in anno scindere il contenuto musicale da un contesto esperienziale che rende i giorni della manifestazione abruzzese ossigeno vitale per i nostri cervelli, tra gli scorci mozzafiato che una piccola cittadina affacciata sull’Adriatico come Vasto sa regalare, con il suo centro storico fitto di vicoli, posti da scoprire e cibo genuino. Tutto questo tra un concerto sulla spiaggia, uno in barca mentre si scoprono i caratteristici trabocchi o uno nei giardini d’Avalos. Questa, per intenderci, è solo la cornice. Poi c’è la musica, e anche quest’anno il Siren ha proposto una selezione di live di primissima scelta, mischiando come sempre le carte relative ai generi e tenendo soltanto la qualità come unico fil rouge da seguire.

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Il nostro Siren si è aperto nei Giardini d’Avalos venerdì con il live acustico di Neil Halstead: un set chitarra e voce intimo e confidenziale che al tramonto ha incantato i presenti in punta di arpeggi e canzoni delicate. Un live particolarmente suggestivo a cui, nella fase finale, si è sovrapposto – in termini di orario oltre che sonoro – quello di Ryley Walker nell’adiacente cortile, rompendo un po’ la magia sugli ultimi pezzi. Sempre più spericolato funambolo tra stili e soluzioni diverse, con una band ad assicurargli il perfetto sostegno nelle sue peripezie musicali, il cantautore americano ha proposto nel corso del suo set diversi brani dall’ultimo Deafman Glance.

Arriviamo quindi al primo dei migliori momenti di questo Siren Festival: con l’eclissi totale di luna a sottolineare l’irripetibilità del momento, gli Slowdive si sono presentati sul palco in forma straordinaria: sempre più quadrati e coesi anche dal vivo, il loro è un ritorno andato ben oltre la celebrazione nostalgica: siamo dalle parti di un gruppo che la propria formula l’ha saputa riprendere esattamente dove l’aveva lasciata ringiovanendola e dandole nuovo significato. Il ping pong in scaletta tra passato e presente funziona benissimo, il pubblico apprezza e la magia sognante, malinconica e fumosa della band lascia il segno, al punto che la coda strumentale della conclusiva Golden Hair (cover di Syd Barrett) si vorrebbe non finisse mai. Non c’è neanche il tempo di riprendersi che si cambia immediatamente registro: prima con Myss Keta (la performance delle ragazze di Porta Venezia che si strusciano sul personale della security rimarrà un altro di quei momenti da raccontare negli anni) e poi con Cosmo. Il set del cantautore/producer di Ivrea si snoda tra una prima parte dedicata maggiormente alle canzoni dell’ultimo album, un intermezzo elettronico e un’ultima parte in cui si torna nuovamente alle canzoni. Piazza del Popolo apprezza, balla e si scatena tra coriandoli e luci stroboscopiche. Ben più radicale ed accelerazionista il live dei Mouse On Mars, che ci accompagna verso un altro dei momenti che ricorderemo maggiormente di questo Siren Festival. Sono le due di notte e Adele Nigro in arte Any Other imbraccia la sua chitarra accompagnata da Marco Giudici alla tastiera per suonare alcuni pezzi del nuovo Two, Geography. Di Any Other si parlerà tantissimo nei prossimi mesi, ne siamo sicuri. Quello che vi possiamo raccontare in questa sede è di aver assistito a un live di rara delicatezza musicale, intrecci che si costruiscono su trame sonore mai banali o ripetitive, una qualità di songwriting che lascia letteralmente senza fiato. Segnate in rosso il suo nome, ne riparleremo molto presto.

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Nel secondo giorno di festival ci godiamo alcuni live sul nuovo stage in spiaggia, dove sia alternano diversi nomi nuovi dell’it-pop tra cui segnaliamo in particolare B. (pop alla romana in salsa Carl Brave x Franco 126) e i Laago (chitarre al posto giusto su interessanti canzoni pop-rock). Torniamo in città tra i palchi principali dove ad attenderci c’è Colapesce, che ha portato a Vasto un set ridotto del suo Infedele Tour, un live pensato nei dettagli dalla scenografia all’abbigliamento, nel quale il cantautore siciliano ha lasciato spazio maggiormente ai brani dell’ultimo album. Passiamo quindi per il cantautorato rock di Mèsa, che anche dal vivo dimostra di aver già raggiunto assoluta padronanza del palco con maturità e sicurezza, prima di arrivare a un altro dei momenti apicali di questo Siren: seppur orfani di Mauro Pawlowski, i dEUS continuano ad essere un gruppo di eccelsa qualità, dal vivo ancor più che in studio. Tom Barman guida con carisma e un’energia contagiosa un collettivo di musicisti straordinari che ad anni di distanza dai momenti discografici migliori, dal vivo conferma una compattezza sonora ammirevole e un’estrosità strumentale tutta da godere. I volumi restano altissimi quando passiamo ai Bud Spencer Blues Explosion, che restano semplicemente una conferma, con tutta l’energia e la qualità che questo sta a significare e che la formazione romana sa assicurare. Chiudiamo il nostro Siren con i P.I.L.: Piazza del Popolo si accende sulla doppietta This Is Not A Love Song/Rise, il gruppo fa il suo dovere e tutto fila liscio come il whisky che John Lydon tenta disperatamente di sputare in un secchio. Non siamo ancora alla fase delle celebrazioni finali e il gruppo dimostra di essere in palla.

E la bellezza della manifestazione di Vasto è anche questo, un equilibrio complessivo nella line up che fa sì che il pubblico passi educato e curioso da un palco all’altro: caso raro in Italia, e anche per questo sottolineiamo ancora una volta la necessità di un posto come il Siren Festival. Aggiungiamo un’ultima menzione particolare per l’impiantisca acustica del festival decisamente migliorata, in particolare quella del palco di Porta San Pietro, che negli scorsi anni era quello che soffriva maggiormente.

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