Recensioni

7.3

Nella press release di Mille Plateaux, al solito evocativa e inconcludente (e pertanto più precisa e puntuale di tanti altri arabeschi di “danza sull’architettura”), Segregation di Dirty Pictures (progetto del producer russo Alexey Danilov, alias Lёps Dubasov, alias Проект, finora non-noto per due CDr very-limited edition pubblicati dalla Planktone Productions) viene presentato come un ulteriore esempio di “Ultrablack of Music”, concetto recentemente propugnato da Achim Szepanski, capo carismatico dell’intellettual-aristocratica label di Francoforte: costrutto onestamente incomprensibile (e pertanto azzeccatissimo), di cui avevamo colto aspetti diametralmente opposti ascoltando Downfall, album del giugno del 2020 a firma Saito e pubblicato sempre da Mille Plateaux. Se là, visto “l’affastellamento di suoni, frequenze, multiritmi e stimoli artificiali”, eravamo di fronte ad una “perfetta colonna sonora di un apocalittico rave post-umano”, qui domina la rarefazione, la sottrazione, il deserto (nel quale tuttavia, si sa, possono nascere fiori).

L’edificio di Segregation è basato su solide fondamenta industrial ambient (i bordoni di carta vetrata, pietre e petrolio di Drought, Peeling Off, Route, Karyzh, Ambivalent), ma il suo sviluppo non è così monolitico da non impedire squarci e aperture verso altri mondi: il lirismo dark di Fulfilment e dp, il fill-in elettronico di Linn, le percussioni tribal di Predawn, i laghi di melma attraversati a colpi di chitarra elettrica effettata di Paddle on the Water, la sorprendente progressione di Shift In, il dialogo goth-noise-impressionista tra pianoforte e macchine di Seal, il kosmische immanente di Waterside, segnalano tutte un’interessante irrequietezza estetica. La scorribanda elettroacustica di Fir Traps, che chiude gli oltre ottanta minuti del lavoro, riassume una libertà espressiva fresca e “consapevolmente ingenua”, che trascende scivolose pastoie frostiane e gioca con emozioni più umane che transumane.

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