Recensioni

Se la narrazione sviluppata da Wiley (e di seguito dai media inglesi) per l’album Godfather uscito a gennaio – basata sull’epica del grande comeback, con l’autore nelle vesti neppure troppo azzardate di padre putativo del grime che torna sulla scena dopo qualche sbandata commerciale per dimostrare alle nuove leve di essere ancora in grado di riportare il genere oltre i propri confini – non si può dire del tutto esatta ma sicuramente funzionale (il disco del “ritorno” era il precedente, il già più che buono Snake & Ladders), all’altro grande vecchio (discograficamente parlando) questo tipo di letteratura non sarà mai concessa.
Dizzee Rascal ha esordito nel 2002, diciottenne, con il singolo I Luv U (definito da Reynolds su Wire l’equivalente di Anarchiy In The U.K. all’interno della scena), mentre l’anno successivo è arrivato un esordio, Boy in da Corner, che ha rappresentato uno dei punti nodali e di svolta nella musica britannica ed elettronica (e non solo). Se questa seconda ondata di successo e notorietà che il genere sta vivendo è merito di un’intricata connessione di eventi – una nuova generazione di talentuosi artisti (da Skepta a Gaika, passando per Stormzy e Blay Vision), la riscoperta delle radici di molti reduci della stagione dubstep (vedi Ikonika con Distractions), l’attenzione prestata da alcuni famosissimi rapper d’oltreoceano come Drake e Pharrell – la sua prima grossa esposizione mediatica è arrivata per merito del fulminante debutto del ragazzo in questione.
Wiley, di un lustro più vecchio, è il padre del grime e dell’eski beat, poco da discutere, ma è anche l’auto dichiaratosi Bus numero 38 della situazione («I’m like the 38 bus cos I never turn up»). Il suo debutto sulla lunga distanza, il diamante grezzo Treddin’ on Thin Ice, è uscito dopo che Rascal si era aggiudicato il Mercury Prize per Boy in da Corner. E’ stato Dizzee ad arrivare dove nessun altro, da solo, è mai riuscito. Poi entrambi hanno avuto il loro momento pop di sopravvivenza, di egomania, da sellout, una mossa mal digerita dai fan più ortodossi; eppure tra l’autore di Wearing My Rolex e l’ex amico è probabilmente il secondo ad aver calcato troppo a lungo e male la vena “pop”. Nel 2007 Wiley gli dedicava una delle sue lettere più famose (la troviamo nel disco capolavoro Playtime Is Over) ma il pacco delle missive torna oggi prepotentemente al mittente: «Tell Willy I don’t need a penpal / Stop writing me these letters because I don’t know what to do with them / It ain’t ever gonna be ’03 or ’02».
Quel che Dizzee vuol affermare nel brano The Other Side è che la feud tra i due non mai realmente esistita. E’ Wiley, in sostanza, ad essere rimasto ancorato al passato. All’ex amico, che non ha problemi nel discutere di sellout e delle ragioni del biz – ma che filantropicamente «any major deal I get, I put the money back into grime» -, Dizzee oppone un disco senza smancerie, emancipato dai circuiti grime, nonostante i segni di un ritorno, per almeno metà delle tracce, ai tempi gloriosi degli esordi (vedi i beat scarnissimi e spastici, i bassoni grassissimi, i samples tra il minaccioso e il kitsch più irriverente). Almeno fino a Business Man il disco compete con The Godfather e sfigura solo nella grandeur, ma quello è un aspetto su cui Wiley basa da sempre la propria rappresentazione: nei brani successivi il rapper prova ad agganciarsi, nuovamente, all’hip-hop americano, sua grande passione, prima omaggiato con produzioni al limite dell’autarchia che ricordano i break essenziali di LL Cool J (nei crediti del suo debutto, Radio del 1985, c’è scritto «Reduced by Rick Rubin» anziché “produced”) e adesso con incursioni tra trap (Dummy) e southern-rap più classico (la conclusiva Man of the Hour).
Raskit suona un po’ come una presa di posizione, “quella cosa lì la so fare pure io, ma mi diverto a fare quest’altra”, e anche se non tutto funziona alla perfezione, è sempre positivo trovare musicisti e rapper non allineati.
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