Gaika (UK)

Biografia

«Voglio semplicemente dire la verità. Cerco sempre di esprimere come mi sento, in maniera onesta e senza impormi dei limiti» (Gaika, luglio 2018).

Nel giro di pochi anni l’artista originario di Brixton, South London, Gaika Tavares, è riuscito a imporsi come una delle voci più originali del panorama musicale britannico, passando da un mixtape autoprodotto (Machine, 2015) alla pubblicazione del suo album di debutto per Warp (Basic Volume, 2018). Nonostante l’indubbia evoluzione del suo progetto audio-visivo e il modesto allargamento del suo pubblico, il Gaika del 2018 sembra ancora profondamente motivato dai suoi obiettivi iniziali: una sperimentazione sonora che pesca con libertà dalla sound system culture e dall’industrial in senso lato; il sovrapporsi di una sensibilità tipicamente “art school” ai suoni e temi della musica urban contemporanea (trap, grime, R&B); una forte motivazione nel denunciare episodi di razzismo sistemico e un invito a considerare le radici strutturali, socio-economiche alla base del senso di dislocamento e non-appartenenza spesso provato dalla gioventù black. A ciò si aggiunge la volontà di mettere in discussione le etichette usate da critici e giornalisti nell’inquadrare il suo progetto. Mentre si prepara a debuttare la sua installazione System nell’agosto del 2018, presso la prestigiosa Somerset House di Londra, Gaika ci dice: «Penso di essere una sorta di troll: un mio modo di mettere in discussione le definizioni degli altri è abitare le loro etichette in modo intermittente».

Gaika’s drone

Gaika ha sempre tenuto a precisare: la sua storia nasce in quella che definisce “Old Brixton”, non la Brixton turistica e sempre più gentrificata degli ultimi anni. Fin da teenager partecipa alle scene garage e grime di South London, organizzando serate e cimentandosi in occasionali freestyle. Si trasferisce in un secondo momento a Manchester, dove molla ingegneria per la scuola di belle arti della University of Salford. Gli studi universitari e i primi lavori di video art lo portano a riconoscersi in primis come un visual artist: a Manchester realizza alcuni video per il collettivo di DJ, musicisti e fotografi Murkage, per poi entrarne a far parte anche in qualità di rapper/vocalist. L’autodichiarato approccio “punk” del collettivo rap finirà per influenzare pesantemente il lavoro del Gaika solista, specialmente nelle ripetute “chiamate alle armi” contenute nei testi. Nel 2012 il loro brano Torches viene bannato da alcune radio per le parole considerate troppo incendiarie a poca distanza dai riots inglesi del 2011. «È l’esatto opposto dell’incitare ai riots», dice in quel momento Gaika al Guardian, difendendo il brano. «Diciamo alla gioventù di strada di trovarsi una causa, di capire le ragioni della loro rabbia».

Conclusi gli studi, Gaika lavora per un breve periodo ad Amsterdam come regista, per poi tornare nella nativa Brixton nel 2015. Il suo primo mixtape Machine, realizzato in due settimane e pubblicato su Soundcloud nel novembre dello stesso anno, è il punto di arrivo dell’esperienza Murkage, di regolari viaggi in US e in Giamaica, e di un rapido apprendistato nel mondo dell’autoproduzione. Il titolo del mixtape è un riferimento alla tecnofilia respirata in famiglia (il padre Charlton Phillip Tavares, scomparso nel 2016, era uno scienziato dei materiali; il fratello minore, Zenna, ha conseguito un dottorato in Intelligenza Artificiale al MIT) e al suo processo compositivo, che visualizza come l’incubazione dei riferimenti sonori più disparati in una macchina digitale. Negli scheletrici beat di Machine si sentono l’influenza di hip-hop, grime e trap (definito da Gaika «il blues dei nostri tempi»), nelle ritmiche quella di dub, dancehall e R&B, mentre le sue poliedriche interpretazioni vocali, il più delle volte filtrate in Auto-Tune, oscillano tra un accento tipicamente South London e un patois caraibico connesso alle origini dei genitori, emigrati in UK dalla Giamaica e da Grenada.

La visione artistica di Gaika, fin dall’inizio, si presenta sfuggente nel suo eclettismo, ispirata contemporaneamente alla diaspora musicale black, alla Giamaica e ai risvolti goticheggianti di grunge e noise. Gaika si dichiara fan di Tricky, Melvins, Prince e Young Thug in egual misura, depistando i giornalisti che lo associano d’ufficio al grime per questioni puramente geografiche. Ma è un aspetto in particolare di Machine a fare da collante per i suoi riferimenti onnivori: fin dalle prime note di Enoch’s Drone, rumore, distorsioni e acuti drone attraversano il mixtape, conferendo un generale senso di oscurità e malaise alle sue storie di sopravvivenza nella metropoli. Questa predilezione per un’estetica industrial sarà destinata a rimanere un caratteristico tocco d’autore nei suoi lavori futuri. «Quella parte più drone nei miei dischi è quella su cui mi concentro in prima persona. Per me è una componente importante, nel senso che è quasi sempre il risultato di un processo di “sampling di me stesso”, per così dire, e pertanto contiene sempre un sacco di informazione. Posso partire con il suono di una campana in arpeggio, per esempio, poi usando effetti di reverb e delay, o appiattendolo fino a farlo diventare una sorta di drone, lo trasformo in un suono esternamente dettagliato. Questo tipo di sound attraversa i miei dischi, sono delle “forme” che assumono vita propria e finiscono per veicolare la componente emotiva dei miei dischi».

Questa componente più “emotiva” del suo sound avvicina Gaika ad alcune scene musicali emergenti ai tempi di Machine: proprio nel 2015 si assiste di fatto all’ascesa di Arca e al proliferare di produzioni risolutamente decostruzioniste (Lotic, Rabit, Chino Amobi, solo per citarne alcuni); la serata londinese Oscillate Wildly, tenuta ai Corsica Studios di Elephant & Castle, replica la sensibilità industrialista e onnivora di Janus, a Berlino, e di GHE20G0TH1K, a New York; il progetto pan-africano di NON Worldwide, nel mentre, emerge come uno degli statement politici più imponenti e corrosivi del panorama elettronico sperimentale. A quattro giorni dalla pubblicazione di Machine, non a caso, un inedito di Gaika, Chrome, compare sulla prima compilation di NON, mentre a gennaio 2016 esce Push More Weight, una collaborazione tra il Nostro e il rapper Mykki Blanco, altra figura onnivora in bilico tra hip-hop e sperimentalismo. La collaborazione con Blanco, noto per aver portato gender-bending e una componente queer nell’underground hip-hop americano dei primi 2010s, sembra quasi essere uno sbocco naturale per Gaika, spesso coinvolto da colleghi e giornalisti in discussioni sulla mascolinità alpha tipica della cultura hip-hop in generale e dei circoli grime in particolare. Da un punto di vista performativo Gaika si posiziona fin dai tempi di Machine come un art school kid dalla sensibilità estrosa e goticheggiante, un erede del glam impulse tipicamente british che il critico Mark Fisher ha associato alla singolarità di Tricky nel panorama hip-hop anni ’90. Sulla copertina del mixtape il volto di Gaika è coperto dal tacco di una Nike AirMax 90 e da parastinchi Adidas, al contempo un cenno ai numerosi saccheggi di abbigliamento sportivo durante i riots del 2011 e un ammiccamento al mondo del fashion design, sempre più feticizzato dalle nuove leve del rap made in USA. Nei video di Heco e Blasphemer, brani in cui Gaika condanna le dure sentenze al carcere per i giovani saccheggiatori dei riots e mette in rilievo le loro condizioni di povertà, il Nostro si presenta come un’ inquietante figura goth-glam mascherata, in Heco vestita e diretta dal designer dietro al marchio fetish-friendly Sports Militia. Nel 2017, assieme al designer (MA) Menikmati lancerà una propria linea di indumenti, Armour in Heaven.

“There is no security, there never was”

«Machine e Security parlavano direttamente delle strade di Londra e Manchester», ricorda Gaika. «Security, in particolare, rifletteva un periodo della mia vita a Londra, era una sorta di ricognizione, cercavo di capire che cosa significasse essere arrivato a quel punto nella mia vita». Security, il secondo mixtape di Gaika, esce nell’aprile del 2016. Ad ospitarlo è l’etichetta Mixpak di Brooklyn, fondata dal produttore Dre Skull nel 2009 e da allora sinonimo dell’incontro tra la dancehall giamaicana e la club culture di NY. A scanso di equivoci, Gaika cala immediatamente il suo mixtape in contesto londinese, aprendo con un inquietante recitativo in cui vengono descritte scene di malavita in vari quartieri della West End. Non troppo lontano nello spirito dal progetto Babyfather di Dean Blunt (il cui BBF Hosted By DJ Escrow esce proprio a distanza di qualche settimana), il Gaika di Security racconta di un Regno Unito affossato nelle politiche dell’austerity, mettendo in relazione l’escapismo dei club con le inscalfibili sicurezze dell’1%. Nel comunicato stampa Gaika descrive Security «un’esplorazione della nostra paura della morte, la quale provoca insicurezza e guida il nostro desiderio per le relazioni sentimentali e i beni materiali». Nel mixtape, in parte ispirato a un club immaginario, Gaika descrive le politiche sessuali del rimorchio (in particolare nel brano Buda, assieme al veterano reggae Serocee e l’MC israeliana Miss Red) e gli eccessi della club culture, alternando a uno sguardo empatico, più che voyeuristico, i consueti inviti alla disobbedienza civile. Spesso ciò accade nello spazio di un unico brano: nella lisergica GKZ canta «In the club and I’m out of it / Drunk enough to not give a fuck», per poi suggerire «You must turn up / there will be blood»; in White Picket, in chiusura, il rapper 6Cib recita «It’s easier to stick drugs up your nose than pretend not to see the corrupt getting richer» su un letto di perforanti sintetizzatori. Gli scenari goderecci di Security sono accompagnati da un’influenza più marcata dell’hip-hop di Atlanta e dalla presenza di più voci/personaggi (oltre a vari sample di conversazioni random e ai già citati vocalist, compaiono Bipolar Sunshine, Trigga e Mista Silva).

Ancora troppo rumoroso e sperimentale per fuorisucire dall’underground, Security finisce per attirare l’attenzione di una nuova fetta di pubblico: nel giugno del 2016 Gaika compare sulla copertina di Wire, uno dei pochissimi artisti senza ancora un album ufficiale all’attivo a ricevere l’onore. Legittimo chiedere a Gaika, dunque, come percepisce la sua neo-canonizzazione ad artista d’avanguardia. «L’avanguardia, specialmente in riferimento alla black music, non sono sicuro che esista davvero. È un po’ come se la gente pensasse: “Non scrivi musica palesemente R&B, per cui deve essere d’avanguardia”. Ma che significa? E se dicessi: “Eccoti un disco di gangsta rap di stampo accademico. Come la risolvi?”. Approccio la cosa in questo modo, specie se ricevo feedback del tipo: “La tua è black music, ma un po’ più difficile da digerire” o “un po’ più astratta”. Penso che sia un’assurdità. Ho sempre pensato che la musica sperimentale, e non ho alcun problema con l’etichetta “sperimentale”, debba essere qualcosa di nuovo, non qualcosa di inascoltabile. Non credo che il divertimento sia un pessimo esperimento, capisci cosa intendo? Non ho bisogno di creare un muro del suono per far sentire la gente a disagio. Sono più interessato a contraddire le aspettative, per esempio per quanto riguarda il rapporto tra i suoni, la composizione. Penso che il termine “sperimentale” si addica al mio lavoro, perché sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. Il termine “avanguardia” si accompagna a questioni di classe sociale, ed è una cosa da cui rifuggo da sempre. C’è un pizzico di elitismo nel termine e tutto quello che faccio si propone come anti-elitario». Gli chiedo dunque se è solo un caso che non si sia ancora esibito a Café OTO, la location d’eccellenza per la musica sperimentale a Londra, da sempre in filo diretto con la rivista Wire. «Non ho mai suonato al Café OTO. Mi hanno invitato un bel po’ di volte. Penso che sia, almeno in parte, una questione di proprietà… gente bianca molto educata che lo considera un proprio spazio… per me suonare lì e in un club schifoso di Mayfair è un po’ la stessa cosa… perché mai dovrei farlo? Se sei me, ti senti messo un po’ in mostra, per così dire, ti senti totalmente separato dall’audience che viene a vederti. Mi sento fortunato perché ho un pubblico molto vario, gente che molto probabilmente non ha molto in comune a parte il fatto che ama la mia musica. Voglio continuare a mantenere questa varietà».

Ghettofuturism

Nell’estate del 2016 Gaika annuncia il suo ingresso ufficiale nel santuario dell’elettronica sperimentale, l’etichetta londinese Warp. La mossa si colloca in un momento di una maggiore apertura da parte di Warp verso la musica black, testimoniato dalle neonate partnership tra l’etichetta e il supergruppo di produttori Future Brown, la diva dell’R&B underground Kelela e il rapper di Chicago Danny Brown. Warp dimostra di aver osservato da vicino le ibridazioni tra black e elettronica dei primi 2010, in particolare nelle produzioni delle etichette sorelle Fade To Mind e Night Slugs (rispettivamente di base a LA e Londra), già al lavoro con Kelela a partire dal suo primo mixtape CUT4ME (2013) e trampolino di lancio per tre dei produttori di Future Brown (il duo NGUZUNGUZU e Fatima Al Qadiri). L’arrivo della dancehall ipercontemporanea di Gaika a Warp si allinea perfettamente al trend.

La prima uscita di Gaika per l’etichetta è l’EP Spaghetto, pubblicato nell’ottobre del 2016. Con il senno di poi, Gaika, non considera l’EP rappresentativo del suo lavoro a 360 gradi: «In molti non hanno colto, ma Spaghetto era una sorta di concept racchiuso in se stesso, la colonna sonora di una storia particolare che ho concepito per immagini, come un film». Eppure, complice una maggiore esposizione mediatica, ai tempi Gaika coglie l’occasione per etichettare il suo lavoro in prima persona con il termine “Ghettofuturism”, una dicitura destinata ad attecchire negli anni a venire. Con “Ghettofuturism” Gaika risponde ai critici e ai fan che fino ad allora hanno definito la sua musica “distopica”, per via della sua predilezione per drone, sub-bass da capogiro e la consueta estetica darkeggiante. Gaika precisa: la distopia è già in atto nelle strade di Londra, i suoni dell’industrial sono un riflesso degli ubiqui cantieri di lavoro, sintomo di un processo di gentrificazione che continua a rimbalzare gli strati meno abbienti della popolazione ai margini della città. La sua musica, dice, punta a un futuro di affermazione per la gioventù black e per gli immigrati della città, non si limita ad osservare le distopiche condizioni attuali. L’EP cattura questo spirito ricostruttivo, accostando all’apocalittica e funerea Neophyte, in apertura, (in cui Gaika avverte: «Don’t you know they’ll take your body and walk away?») baldanzose e sincopate incitazioni alla resistenza, come il singolo 3D, senza dubbio uno dei momenti più pop della sua discografia. Oltre al ritorno in qualità di produttore e co-autore di Elfed Alexander Morris (con Gaika fin dai tempi dei Murkage) e a una manciata di produttori emergenti, in Little Bits compare un nome di punta di Night Slugs, Jam City, fresco del suo exploit neo-marxista con il disco del 2015 Dream A Garden (il beat prestato a Gaika era già comparso nel brano di Jam City Boundry, dal suo mixtape del 2016 Trouble). La vera novità di Spaghetto, tuttavia, è una generale ripulitura del suono e una maggiore duttilità nelle interpretazioni vocali del Nostro: Gaika reinventa il suo baritono tra un brano e l’altro, passando con agilità da un rauco latrato a rapidi staccato e morbidi sussurri. Nei suoi pezzi centrali Spaghetto si concentra su tematiche amorose, svelando un lato più romantico del progetto che ai tempi Gaika paragona alla variante più disimpegnata e sentimentale del reggae, il sottogenere lovers rock. The Deal, in particolare, in duetto con la vocalist Alyusha, sembra quasi anticipare il felpato R&B di Take Me Apart della stessa Kelela.

foto di Alvaro Grozny

Questa virata verso il romanticismo torna anche nel doppio EP The Spectacular Empire, quattro brani divisi su due dischi in vinile in edizione limitata, usciti per Warp nel novembre del 2017 (Spectacular Empire è anche il nome di un suo racconto futurista pubblicato per Dazed e di un’etichetta discografica da lui fondata in quel periodo). Gaika quasi sembra utilizzare queste due brevi uscite speculari per fare il punto della situazione: Chop e Smoke Break, da Spectactular Empire II rivisitano il lato più intimistico e R&B-friendly di Spaghetto, mentre in Battalion e The Riches, da Spectacular Empire I, Gaika torna a coprire i suoi riferimenti trap e dancehall di rumore e distorsioni, veicolando immagini di scontro e violenza. In duetto con Miss Red, in Battalion canta: «Outlaws and thugs / Yes, we’re underground / No, we never know we’re far / There’s a war on us». «La storia e la cultura della mia gente sono sempre state una battaglia per l’affermazione», ci dice. «Allo stesso tempo per la mia generazione essere neri in UK, pur essendo tutt’altro che una passeggiata, è una situazione molto meno precaria di quanto non lo fosse per la generazione dei miei nonni. Il che non vuol dire che sia un processo irreversibile: cento migranti potrebbero morire in un incendio e non interesserebbe a nessuno». Gaika si riferisce al devastante incendio della Grenfell Tower, accaduto a Londra il 14 giugno 2017, in cui, oltre a molte decine di feriti, 72 abitanti dell’edificio, prevalentemente immigrati, hanno perso la vita. Un’inchiesta a seguire ha indicato una politica di risparmio nella scelta dei materiali di costruzione e anni di imperizia nei controlli per la sicurezza tra le cause dell’incendio.

Immigrant Sons

Tra il 2015 e il 2017 Gaika si esibisce nelle venue più disparate della sua città natale, dai piccoli sottoterranei di East London agli iconici Corsica Studios, passando per il grande palco della Roundhouse e festival decisamente più mainstream come Field Day. Con la pubblicazione di The Spectacular Empire, Gaika si imbarca in un tour internazionale, che lo porta a collaborare in diverse città con un nutrito numero di produttori (tra cui Jam City, l’ex boss di Mixpak Dre Skull, Dutch E GermSophieWildlife! e Buddy Ross) e alla stesura del suo debutto ufficiale, Basic Volume. Questo processo creativo itinerante finisce per alimentare la fonte d’ispirazione principale del disco, ovvero la condizione del migrante. «Laddove i miei dischi precedenti parlavano di città particolari, Basic Volume è una sorta di viaggio filosofico dalla mia identità di ragazzo a quella di uomo e oltre. Col tempo è diventato una sorta di sguardo d’insieme sull’essere al mondo, certi aspetti universali dell’esperienza dell’immigrato. Riflette la mia vita e il mio essere arrivato al punto di non vivere da nessuna parte e di essere costantemente in volo. Ero in tour, pertanto ho voluto che esprimesse questa sensazione di essere in movimento, come le persone migranti, e questa ricerca di un senso di appartenenza. Mentre Security si alimentava delle mie memorie di una città, Basic Volume si concentra sul senso di dislocamento che provi in quanto migrante».

Complice l’opportunità di annunciare il disco al mondo come il suo debutto ufficiale, in Basic Volume Gaika riprende tutti gli stilemi già comparsi nel suo lavoro dai tempi di Machine, inclusi i riferimenti incrociati a dancehall, dub, trap e R&B, assieme alle tematiche che hanno da sempre reso il suo progetto indiscutibilmente “impegnato”. In coversazione, Gaika sottolinea di aver riflettuto in termini più universali, finanche filosofici, su alcuni temi trattati in passato, in particolare la connessione tra un dilagante senso di precarietà e gli effetti del neoliberalismo. «Il disco parla di questa nostra forsennata ricerca di conferme attraverso i beni materiali, attraverso la ricchezza; mi chiedo che cosa significhi, perché lo facciamo. Inoltre riflette il modo in cui questa ricerca di conferme esterne, che poi è una forma di insicurezza, finisce per rovinarti la vita. Si intromette tra le cose che contano davvero. C’è un verso in Security che dice: “There’s no security, there never was”. Quella realizzazione ha gettato le fondamenta per questo disco. Che cosa inseguiamo, per quale motivo? Nel disco ci sono le lezioni che ho imparato nel diventare adulto, quelle che ho imparato dalla vita di mio padre, in particolare. Il disco è influenzato da tante cose, ma principalmente è una riflessione molto diretta su me stesso e il mio posto nel mondo. “In che cosa credo e perché?”, mi chiedo. Stavo quasi per fare un disco religioso, ma ho realizzato di non essere affatto una persona religiosa, anche se credo in molte cose».

Pur proponendosi come una continuazione diretta di Security, Basic Volume differisce in maniera sostanziale dal mixtape del 2016. Mancano quasi del tutto i personaggi gangsta e la cifra più lasciva e lisergica che aveva reso il mixtape una sorta di vivace incursione nei sotterranei e nelle strade della metropoli. Inoltre, fatta eccezione per il ritorno di Bipolar Sunshine in Close To The Root, la mancanza di altri vocalist trasforma il disco in un’impresa più autoriflessiva e per certi versi solitaria. L’apparato filosofico di Basic Volume (come definire un “confine” e come provare un senso di “appartenenza”?) si traduce in un generale senso di gravitas che dà a Gaika l’opportunità di vestire i suoi panni più goth/industrial (la title-track, Hackers & Jackers, Crown & Key, quest’ultima corredata da un video in cui Gaika si presenta come il capo di una milizia-culto), e, in una serie di concitati brani, di raddoppiare il numero delle consuete chiamate alle armi («Just fight ‘til you drop», «This fight is right now», «I wanna see yute in rebellion»). La parte più dichiaratamente “religiosa” del disco, come la definisce lui, compare nell’interludio drone Clouds, Chemists and the Angel Gabriel («There’s no place I call home», recita) e nell’epica Seven Churches For St Jude, l’indubbio picco drammatico del disco. Verso i tre quarti del brano compare la voce di un predicatore, una registrazione che ci trasporta in un momento estremamente personale della vita del Nostro. «È una registrazione presa dalla cerimonia in cui abbiamo messo la lapide alla tomba di mio padre. Quello che senti è un predicatore su una montagna, da qualche parte a Battersea, Giamaica. Mi trovavo lì e registrandolo, cercavo di consegnare quel momento alla storia. Per me ha un grande significato, come puoi immaginare, specie perché avevo promesso a mio padre di non lasciar morire la sua storia. Mio padre faceva sempre un sacco di domande, per cui ho deciso di pormi io stesso una serie di domande in suo onore. Il brano affronta la tensione esistente nel rapporto con mio padre. Quando fai parte di una famiglia di migranti c’è un tipo di tensione particolare con i tuoi genitori. Sullo sfondo ci sono le leggi del tuo paese che ti “mettono in riga”, mentre i tuoi genitori ti ripetono di comportarti bene, di fare le scelte giuste, finché un giorno si ammalano e muoiono. Crescendo vedi gli effetti di quella loro ricerca di affermazione e riconoscimento sulle persone che amano e le persone che li amano, volevo parlare di quello. Nel brano mi rivolgo a quel predicatore come fosse mio padre, la persona che mi dice: “È così che dev’essere”. Io rispondo: “Beh, dimmi, hai per caso tutte le risposte”? È una conversazione con mio padre, descrive il mio diventare il suo protettore, perché di fatto è quello che accade con la malattia. Alla fine noi, in quanto figli di immigrati, diventiamo i guardiani di questa cultura che abbiamo ereditato, anche se non è direttamente la nostra. Cresci con queste informazioni che sono arrivate prima a loro e poi a te, anche se non necessariamente sei d’accordo con tutto. La mia conversazione con lui si può riassumere in questi termini: “Mi hai dato tutto questo peso, questa saggezza, questo potere, ma non so esattamente cosa ne farò”».

Seven Churches For St Jude è attraversata da acute linee di sintetizzatore non troppo lontane dai suoni della trance, un’altra cifra stilistica del lavoro di Gaika che torna in brani come Crown & Key e Yard. Come già accadeva in The Riches, da Spectacular Empire II, la dancehall futurista di Gaika a tratti finisce per veicolare involontariamente una certa nostalgia per il synthpop anni ’80. Uno dei brani di cui Gaika è più orgoglioso è la delicata Ruby, frutto di una jam session ai sintetizzatori con Buddy Ross, già responsabile della svolta lo-fi di Frank Ocean in Blond. «Siamo andati in studio e improvvisamente si è creata questa sorta di competizione tra di noi: lui, un genio, virtuoso assoluto del piano, io per niente un provetto, intento ad armeggiare in una fase di completa improvvisazione. È stato uno dei procedimenti compositivi più liberi cui abbia mai preso parte: eravamo alla ricerca di suoni interessanti ai sintetizzatori, e così il brano riflette questa fase di improvvisazione di quattro, cinque ore, e il nostro tentativo di estrarne qualcosa. Il testo della canzone è così semplice perché, reduce da questo sfogo di creatività musicale, non volevo ingombrare la musica con un messaggio complesso. È un messaggio molto semplice a una mia ex». Paradossalmente, ci dice Gaika, Basic Volume contiene alcuni dei suoi brani più sperimentali e alcuni dei più pop della sua giovane carriera, come Born Thieves e Immigrant Sons (Pesos & Gas), rispettivamente prodotti da Dre Skull e Sophie.

Il disco diventa la colonna sonora della sua installazione System, commissionata da Boiler Room per una “residenza” di un mese alla Somerset House di Londra. L’obiettivo dell’installazione audio-visiva è esplorare la storia e il futuro del Notting Hill Carnival, una vera e propria istituzione per la comunità black (e caraibica in particolare) di Londra dal 1966. L’installazione arriva a pochi mesi dello scandalo nazionale che ha coinvolto la cosiddetta Windrush Generation, ovvero le comunità immigrate in UK dai Caraibi tra il 1948 e il 1971. Irregolarità da parte del Ministero degli Interni nel gestire e mantenere le documentazioni relative al loro illimitato status di “cittadini del Commonwealth”, ottenuto dopo l’Immigration Act del 1971, ha portato le autorità a riconoscere decine di cittadini della Windrush Generation come “clandestini” e, in alcuni casi, a mettere in moto un processo di deportazione. Il caso ha generato un putiferio su scala nazionale in difesa di una generazione che per decenni non ha fatto altro che contribuire al tessuto sociale ed economico del paese.

Nella sua installazione, Gaika impiega il sound system come allegoria di una resistenza civile e culturale, piazzando un megaimpianto all’interno di una struttura cubica che ricorda vagamente una gabbia. Sui quattro lati della struttura alcuni schermi proiettano immagini ispirate agli esprimenti di laboratorio del padre e un film intitolato Congregation, in cui vengono alternate immagini d’archivio del Notting Hill Carnival (da momenti di festa e aggregazione alle immagini dai riots degli anni ’70) a immagini del Nostro nella consueta veste di vate fashionista. Sullo sfondo scorrono i brani più cupi di Basic Volume, tra cui Crown & Key e una versione più scheletrica e teatrale di Clouds, Chemists & The Angel Gabriel. Chiedo dunque a Gaika se ha avuto qualche rivelazione nel preparare l’installazione e selezionare le immagini di archivio legate al Carnevale. «Il Carnevale di Notting Hill non è solo una festa, è sempre stato fin dall’inizio un evento di risonanza politica. Lo sapevo bene prima di lavorare al progetto, ma dopo aver speso così tanto tempo negli archivi… ho proprio capito che dentro al carnevale è espressa una battaglia per la sopravvivenza. È questa comunità che esprime la propria cultura in strada, forte e chiaro, e dice: “Sai che c’è? Non ci potete mettere a tacere. Non andiamo da nessuna parte, balleremo in strada e suoneremo la nostra musica finché ci direte di smettere”. Uno dei motivi per cui la nostra cultura è ancora intatta e continua a influenzare la musica mondiale è proprio la sound system culture. Sappiamo che gli stessi Rolling Stones, nella loro West London, erano influenzati dal Carnevale… così tanta musica britannica ne è stata influenzata e di conseguenza un sacco di musica mondiale. Un’altra cosa che ho capito meglio è la differenza tra tra il Carnevale di oggi e quello dei tempi: c’è questo tentativo di controllarlo, di contenerlo e trasformarlo in qualcosa di diverso. Ormai sono arrivato a pensare che la blackness sia un po’ come l’Incredibile Hulk: più veniamo messi sotto pressione, più diventiamo forti».

Di primo acchito l’installazione fatica un po’ a comunicare questo spirito di resistenza. Annidata nel buio e accompagnata dai momenti più austeri contenuti in Basic Volume, System sembra far prevalere il lato più gotico del progetto di Gaika. L’installazione prevede un’interazione col pubblico, cui è concesso di selezionare un brano attraverso una presa elettrica. Eppure, facendosi strada nell’oscurità, il pubblico sembra troppo intento a decodificare il tutto per osare un cambio di mood. L’installazione prende invece vita nelle serate di festa, tenute regolarmente per tutto il mese di agosto fino all’inizio del Carnevale. Artisti di vecchia e nuova generazione del mondo reggae e dancehall si esibiscono nelle stanze attigue della Somerset House, mentre la folla accorre attorno al sound system e interagisce con loro in una serie di botta e risposta. Mentro osservo Gaika che, in veste di MC, introduce il luminare reggae/dub Aba Shanti-I, non posso fare a meno di ripensare alla nostra conversazione di qualche giorno prima: «Ho visto la mia installazione come un’opportunità di passare del tempo con i miei antenati e fare casino. Uno dei miei obiettivi era aprire la Somerset House al pubblico… io stesso lavorando all’installazione mi sono spesso sentito un immigrato… nel senso di sentirmi “alieno” in quello spazio. Non sai quante volte mi son sentito dire: “Dove stai andando?”, e ho dovuto far vedere la mia security card. Ogni volta ho pensato: “Dammi qualche mese, e riempirò questo posto di gente come me”». Foto in evidenza di Obakeng Molepe.

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