Recensioni

5

The Less You Know The Better del 2011 ci aveva lasciato qualche buona aspettativa sul lungo corso di DJ Shadow; l’EP del 2014 The Liquid Amber aveva approcciato in maniera non banale le nuove ritmiche technoidi dell’elettronica à la Machinedrum, aggiungendo qualche tocco di old school hip-hop. Il tutto mimava la solita minestra davisiana: belle basi, qualche vocal con effetti più o meno scratchati e le infinite citazioni ai lavori precedenti, che poi sono sempre stati la firma più rappresentativa del californiano. In più la ricerca di suoni vintage, il crating e il digging, due delle attitudini quanto più dimenticate da un hip-hop ricco di basi oggi più o meno ereditate da librerie confezionate. Quello che si potrebbe definire un piccolo classico, almeno in termini di stile.

Il quinto disco, a sentire le anticipazioni, sarebbe potuto essere interessante: collaborazioni con i Run The Jewels, uno dei nomi più importanti dell’alternative hip-hop oggi, e con Nils Frahm, uno dei musicisti post-minimal che più si addice a mescolare le atmosfere highbrow della classica contemporanea con l’elettronica extracolta. Il disco parte bene con la title track che campiona Prima Alba di Baldan Bembo (pezzo di chiusura dell’album Crescendo del 1975) rasentando il sentimento balearico e ormai retrò del glo-fi tagliato con percussioni slow motion hip-hop. La collaborazione con i Run The Jewels Nobody Speak è un rap classico, ma manca della caratterizzazione delle basi, e qui ci si comincia a preoccupare, perché è proprio in questo che Shadow avrebbe dovuto eccellere. Si prosegue con un taglia e cuci coin-op in elio che scimmiotta le atmosfere oscure dell’esordio (Three Ralphs), e poi si passa al pezzo con Frahm (Bergschrund), che è il meno peggio della raccolta: buona base hip-hop ed effetti berlinesi puliti, senza sbavature, ma anche qui la foto non è uscita pienamente a fuoco.

The Sideshow, con il feat. del rapper Ernie Fresh, è una copiatura di beat e rhyming già sentiti almeno da The Private Press in poi. Depth Charge purtroppo è un taglia e cuci che vorrebbe arrivare all’esplosione ma taglia troppo presto (a differenza di qualche anno fa, quando Shadow abbondava sul minutaggio dei pezzi, lasciando più respiro), e poi si prosegue con tentativi di cheap-tuning ossessivi in ricordo vintage-rave (Mambo) e altre atmosfere e sensazioni che non convincono, sia per mancanza di coesione, che per un voler essere di più di quanto richiesto. Non vorremmo sentire ogni volta una copia di Endtroducing… ma qualche linea melodica e qualche base decente sì, almeno da mandare a memoria per qualche giorno.

Shadow ha deciso di utilizzare più Ableton che il giradischi e di iniziare a promuovere la sua musica nel circuito EDM: due segnali del fatto che la sua produzione sta cambiando verso il mercato e probabilmente verso un abbassamento della qualità. Il problema di chi si brucia tutto con un ottimo esordio era stato risolto con altrettanti buoni dischi successivi, anche se ovviamente non eccellenti. Già con The Outsider avevamo capito che la benzina stava terminando e anche questo nuovo disco abbassa il livello, ma come è già successo, nulla vieta che dal calderone della sua immensa conoscenza musicale, Davis riesca a pescare qualcosa di almeno ricordabile. Per ora, il disorientamento è palese.

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