Recensioni

7.1

Si comincia con un blues crepuscolare “parlato” dalla voce cavernosa di Hugo Race (Sera) e si finisce con una Adelita cantata da Alejandro Baijerry che profuma di Messico e siesta: in mezzo, un viaggio del mondo in quattordici brani in cui Don Antonio, ovvero un Antonio Gramentieri in libera uscita dai Sacri Cuori, si toglie qualche sfizio legittimo. Non abbiano timore i fan della band madre del musicista: nel primo disco solista di Gramentieri non siamo troppo distanti da quel mix di frontiera americana, balere romagnole, colonne sonore italiane anni Sessanta e Morricone che ha reso i Sacri Cuori ben noti anche all’estero. Eppure l’approccio è più licenzioso, libertino, un po’ da voyeur delle sette note con la casa libera e un mucchio di dischi impolverati da riscoprire, e così anche gli orizzonti si allargano.

C’è un tono quasi scherzoso nel jazz in bilico tra New Orleans e Paolo Conte di Oh La La, mentre brani come Il turco prendono il largo verso il Medioriente con un timoniere piacevolmente brillo, e scherzetti come Baballo richiamano un’orecchiabilità “bitt” che ha il sapore del Morricone degli esordi, della RAI di Teche o magari del catalogo Cinedelic. Posto poi che a definire tempi e modi non è solo il Mediterraneo delle mille genti e dei mille suoni o la musica afroamericana per eccellenza, ma sono anche certi rimbrotti reggae imbastarditi (Soukana), quel dub etnico di cui gli ultimi Tre Allegri Ragazzi Morti sono diventati un po’ gli alfieri (Ramon) o magari un’Africa che non ti aspetti bagnata dal funk, dal jazz e dal blues (Mestizo).

In un disco fuori dal tempo e a cui hanno partecipato, tra i tanti, anche Cesare Basile, Enrico Bocchini, Franz Valtieri, Eloisa Atti e Roberto Paci Dalò, a spiccare sono soprattutto la parte ritmica e i fiati, determinanti a nostro avviso nel costruire non solo il suono, ma anche l’attitudine e gli spazi abitabili di questo Don Antonio. Aggiungete una scrittura come al solito efficace nell’immaginare scenografie in cui perdersi, qui disposta a mettere in secondo piano la chitarra elettrica irregimentandola nell’azione corale, e capirete per quale motivo non si possa che considerare l’album un esperimento riuscito.

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