Recensioni

Registrato poco dopo la morte di David Bowie, con gli stessi musicisti che avevano suonato su Blackstar (tranne il chitarrista Ben Monder) e coi quali il Nostro suona da anni (il bassista Tim Lefebvre e il batterista Mark Guiliana sono presenti sui suoi dischi dal 2010, il tastierista Jason Lindner dal 2012), il decimo album da bandleader del sassofonista newyorchese è, a detta sua, «un omaggio a Bowie e un disco da lui ispirato», e le due cover del Duca presenti in scaletta sembrerebbero confermarlo (la strana A Small Plot Of Land, da 1. Outside, e la “berlinese” Warsawa, certo non le più scontate).
All’ascolto, in realtà, il disco sembra più una nuova tappa del lungo percorso del musicista, il quale da qualche anno sperimenta interazioni fra il jazz e l’elettronica, come dimostra anche la cover di Coelacanth 1 di Deadmau5 e come si sentiva già in Blackstar. Il disco infatti si muove sulle direttive classiche del sassofonista, a partire dall’apertura di Shake Loose, che viaggia tra ritmi afrobeat (come in parte la Fast Future che apriva il precedente, omonimo disco) e fusion, per lasciare la scena ai ricami elettronici di Lindner dopo un ritornello la cui spaziosità rievoca la zappiana Peaches En Regalia; o come la title track, col suo crescendo in stile King Crimson (seconda fase) che culmina, preparata da una chitarra che incalza distorta, in un chorus che cita il classico di Weill, Speak Low. Si poteva pensare, anche alla luce della ’Tis A Pity She Was a Whore del disco fatto insieme, che l’equazione jazz-funk + Duca potesse dare come risultato qualcosa di simile a Black Tie White Noise, il disco bowiano del ’93 sul quale imperversava un altro jazzista e un altro Bowie, il Lester dell’Art Ensemble of Chicago, ma quelli citati e gli altri brani autografi ci dicono che siamo altrove: Bright Abyss è di nuovo su territori fusion, mentre la frenetica Facelift semmai dice che McCaslin e co. hanno imparato qualcosa sul rock.
Le cover dichiarano qualcosa di leggermente diverso: A Small Plot of Land era già uno dei pezzi più strani di Bowie e qui, spogliato dei vorticosi fraseggi pianistici di Mike Garson presenti nell’originale, fa emergere ancora di più la sua melodia da salmo inquietante (con grande prova vocale di Jeff Taylor), per un pezzo che, alla fine, è qualcosa che non è né jazz né rock, ma un originale ibrido tra musica sacra e ambient, movimentato dal fremere dei musicisti lungo quel beat insieme costante e agitato. Warsawa invece, che McCaslin cominciò a suonare live poco dopo la scomparsa del musicista inglese perché gli sembrava che la sua solennità aiutasse ad elaborare il lutto, è suonata proprio così, estesa rispetto all’originale, come ad esaminare tutte le melodie contenute al suo interno dando loro il respiro e lo spazio che meritano; e analogamente ambient è la cover di Deadmau5, che a sentire l’originale sembrava anche impossibile pensarla una cover, per quanto il brano era minimalista (e anche qui, McCaslin esplora e scopre). Dopo Glory, altro originale che forse un po’ bowiana è nelle sue dinamiche e nei suoi crescendo (nella speranza che non cada vittima anch’essa della loudness war), il finale rappresenta l’unica caduta di un disco altrimenti meritorio: la cover di Remain dei Mutemath vede McCaslin seguire senza tanti slanci la già non splendida melodia originale (che invece ne avrebbe avuto bisogno), e col gruppo che, rispetto al resto del disco, qui esegue il compitino: il bell’assolo finale non basta a mandar via l’idea che l’album si sarebbe concluso meglio con il brano precedente.
Un disco che alla fine sembra portare meno tracce dell’esperienza di Blackstar rispetto a quanto dichiarato o prevedibile, ma che da essa ha tratto l’ispirazione, permettendo al suo autore di confermare e ampliare un bel percorso artistico, rispondendo con una prova convincente alla sfida di una nuova fama.
Amazon
