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Secondo Antonin Artaud, il teatro deve essere fusione di tutte le sue forme di linguaggio e non mera rappresentazione di un testo scritto: il commediografo francese sostiene infatti che l’opera teatrale è più vicina a un rituale, un mescolarsi di ingredienti e sensazioni solo apparentemente slegate. In un certo senso questo è ciò che fa Doon Kanda, nome d’arte di Jesse Kanda: i suoi lavori con artisti come Björk e FKA Twigs e i vari progetti nati dalla collaborazione con la produttrice e musicista venezuelana Arca sono incroci tra sculture 3D, dipinti digitali e geometrie aliene. Nelle opere di Kanda possiamo osservare una sorta di dinamismo, un’attenzione per il movimento e per l’armonia che sembrano proprie dei corpi distorti, insieme morbidi e disturbanti.
Non stupisce quindi che l’artista nippo-canadese abbia deciso di scrivere musica, pubblicando due EP tra il 2017 e il 2018 (Heart e Luna) e ora anche un LP, Labyrinth. Nei primi due lavori il suo stile risultava indubbiamente derivativo, fortemente influenzato dagli artisti con cui ha collaborato e tuttora collabora, prima tra tutti la già citata Arca, e lo stesso accade nelle dissonanze e nei suoni più acidi di questo debut album, che procede nel solco delle studio session dell’artista venezuelana, una versione più classica e teatrale di Xen (2014) e Mutant (2015). Nel lavoro di Kanda sono più prominenti clavicembali, organetti, fiati e archi, arrangiamenti che conferiscono a una buona parte delle sue tracce una dimensione intermedia tra dark ambient e musica da sala, commistione che col suo ritmo in 3/4 suggerisce un movimento cullante, inquinato da synth glaciali e beat incalzanti. Quando Kanda si cimenta in valzer techno-noir il disco si esprime al meglio, ricordando sì i lavori di Arca (e a tratti anche Björk, i primi Residents e le tracce di Akira Yamaoka composte per la colonna sonora di Silent Hill), ma sviluppando un sound personale e intimo, insieme accessibile e misterioso. La formula funziona bene – particolarmente interessante è Pieridae, traccia in cui gli stili dei due artisti sembrano trovare un interessante punto d’incontro – ma fatica a reggere il peso di un intero album: se infatti alcuni dei pezzi più riusciti incarnano alla perfezione questa sintesi di stili (in particolare Dio, Enigma e Polycephaly), nella seconda parte in particolare, l’album si trascina un po’ su se stesso (Bunny, Entrance).
Come molte opere prime, Labyrinth sembra un po’ un EP annacquato. Porta sul tavolo un suono teatrale come lo intendeva Artaud, un avvicinarsi di generi, spazi e influenze di vario tipo, ma allo stesso tempo evidenzia la personalità ancora acerba del suo autore.
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