Recensioni

7.3

Nel 2016 i Dope Body, uno dei segreti meglio custoditi della scena di Baltimore, annunciarono il loro scioglimento. La cosa arrivò all’improvviso, durante un tour a supporto di un album, Kunk (beh insomma, più una sorta di raccolta di oggetti smarriti che un LP vero e proprio, ma tant’è), pieno di indizi interessanti su un potenziale futuro. Al tempo la band rappresentava uno dei migliori prodotti del nuovo noise americano: dinamica, tagliente, sporca, ma anche ritmata, piaciona, melodica a tratti – ecco, forse la band che sarebbe stata capace di traghettare definitivamente certe sonorità nei campionati che contano, quello che non riuscirono a fare per malaugurata sorte i mai troppo celebrati Brainiac sul finire degli anni Novanta; un po’ perché la notizia passò sotto silenzio, la storia di questo progetto fighissimo, avanti, che finisce così, a caso, che muore lentamente nell’indifferenza generale.

Ed ecco, quindi, la morte annunciata di una band che ha provato in un certo senso a ridare spolvero a qualcosa di magico che si era perso qualche lustro addietro: il quid che separa le formazioni didascaliche dai casi rari. Avere il quid, in questo frangente, significa essere sostanzialmente dotati del necessario, come e quanto gli altri, con in più l’asso: quello che era David Yow nei Jesus Lizard (un gruppo a cui spesso si fa riferimento quando si parla dei Dope Body) o l’amore-odio tra Herrema e Hagerty nei Royal Trux, la vena più sperimentale e buona la prima, o appunto, quella specie di strano futurismo e le tastierine storte con i suoni del preset nei Brainiac. Nei Dope Body, l’asso era ancora nascosto.

Quattro anni sono stati sufficienti per far tornare il quartetto sui propri passi; in verità, già l’anno scorso c’erano stati segnali di vita, seppur timidi: le comunicazioni hanno iniziato a riprendere grazie a una manciata di live, sempre nella zona di Baltimore, anche se nessuno sembrava davvero credere a un ritorno a pieno regime. Poi, nel momento in cui tutto si ferma, ecco un nuovo album: nessuna trovata pubblicitaria, nessun singolo ad anticiparlo, nessun video. Home Body arriva da dove la band stessa era partita: Bandcamp, la rete, quei blog americani che si ostinano a sopravvivere, a proporre cose piccole ma piene di significato dal sottosuolo, e lottano come il Don Chisciotte contro gli avidi mulini a vento dello streaming e dei social network. Un LP che arriva in silenzio, proprio come la band se n’era andata. In copertina, un delizioso cadavere (questo il significato di body) adibito a fioriera, ottimo per la coltivazione casalinga di fiori e piante. Un “corpo” che suona nuovo, ritmato e uptempo a tratti, cablato con strani accrocchi per produrre qualcosa di mai sentito prima nella discografia della band.

Come il titolo potrebbe suggerire, l’album è una risposta a uno stato di auto-isolamento forzato; è la band stessa che lo ha assemblato, prodotto e mixato, a distanza di sicurezza. Eppure, non si sfalda, è compatto come un mixtape, perché scorre come un mixtape. Oltretutto, lascia emergere un lato sopito dei Dope Body, la ricerca del suono attraverso l’elettronica, sempre al servizio delle storture, dei rumori incontrollabili, delle accordature strambe e dei tempi dispari della batteria. L’album ha una scorza rumorosa, grottesca, in bassa fedeltà: una qualità scarna ma non noiosa, gracchiante, quasi priva di quella eco rimbombante che aleggiava nei precedenti LP. Soprattutto, qui si sente il potenziale parzialmente svelato: interludi enigmatici costituiti da texture di suoni digitali (trucco appreso dal concittadino e collaboratore Dan Deacon), la cui ampolla si rompe, facendo sgorgare questa patina in quasi tutti i brani – l’album potrebbe suonare come una tape analogica del primo Ariel Pink, ma digitalizzata male. Poliritmi, partiture intrecciate, accavallate, che conferiscono ulteriore groove, l’immagine e il suono dell’afrobeat come se fosse fatto dai marziani.

Essere garage nel senso di “si, ho fatto l’album in un vero garage, non nello studio da due miliardi di Steve Albini”. Essere veramente kraut senza essere didascalici, e tenere lo stesso beat per un quarto d’ora (ciao, Geoff Barrow). Essere crucchi e chiamare un brano Junk 75, per omaggiare una delle più grandi band della storia che nessuno ha mai voluto rievocare. Venire dalle fogne e dalle roulotte, trasmettere via radio il suono di una carcassa che scoppia. Vincere tutto. Questa volta, però, non scioglietevi.

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