Recensioni

Tre anni di lavorazione e circa cinquanta ettari di terreno nella fattoria di famiglia – poco lontano da Byron Bay (Australia) – intercorrono tra l’Angus Stone solista di Broken Brights o quello delle produzioni in combutta con la sorella Julia, e questo side-project sotto lo strambo nome Dope Lemon su cui è impresso il marchio di EMI. Un progetto libero ed immediato nato come linfa evasiva e poi trasformatosi – dopo una lunga gestazione – in materiale potenzialmente maturo e pronto a farsi impalcatura di sostegno per questo interessante Honey Bones. Registrato al Belafonte Studio (spazio ricreato sempre all’interno della fattoria Stone), il disco vede la partecipazione di due amici fraterni per l’australiano: Rohin Brown (The Walking Who) e Elliott Hammond (The Delta Riggs), entrambi incisivi nel ridisegnare spazi e layout sonori.
Honey Bones rappresenta lo spartiacque del percorso fin qui intrapreso da Stone, scisso tra l’emo-folk – a tratti anche lodevole – ricreato con la sorella Julia e il folk più radicale intriso d’americana del progetto solista, pur senza uscire definitivamente da questi confini. La peculiarità più interessante è forse l’esser riuscito a individuare dalle esperienze precedenti i fili su cui meglio far correre le proprie suggestioni e visioni sonore. Il disco, infatti, viaggia ancora su binari che riconducono all’alt-folk, quello pulsante in chiave Kurt Vile (Marinade), scegliendo sempre una linea essenziale accentuata da riff scarni e che ne aumentano quell’indole dreamy – altezza War On Drugs – che Stone proprio non riesce a scrollarsi di dosso. Così come la matrice roots, scompigliata e à la Neil Young (Stonecutters), non viene tralasciata, allo stesso modo si gioca con stilemi differenti (un esperimento quasi à la Sturgill Simpson) divertendosi a gettare l’ascoltatore in pasto a ritmi ossessivi e claustrofobici (How Many Times), tribalismi (Honey Bones), carezze dream-pop (Won’t Let You Go) di stampo Future Islands, e affidando la chiusura del cerchio alla struggente ed evocativa ballata Best Girl, intrisa di quel sentimento 70’s sempre più frequente nelle più recenti pubblicazioni (basti pensare a Ben Watt, Ray LaMontagne o allo stesso Michael Kiwanuka).
La voglia di mettersi in gioco con questo nuovo progetto sembra aver indotto Angus Stone a cercare nuovamente le sue note migliori. Honey Bones ha quell’aura mistica e intima di chi riscopre la voglia di creare, scavare, riportare alla luce, lasciando correr via ansia e frustrazione. Un disco che ha eguali tratti somatici dell’ambiente familiare in cui è nato e che non ha particolari pretese, se non quelle di essere la direttrice di un percorso alternativo per il songwriter australiano.
Amazon
