Recensioni

Duke Garwood arriva al suo quinto album solista con quell’amore pesante e grave che permea le dieci canzoni che compongono questo nuovo lavoro. Heavy Love esce per Heavenly, registrato nel deserto della California da Alan Johannes, già produttore dei Queens Of The Stone Age, e missato con l’aiuto dell’amico Mark Lanegan (a proposito, proprio di Lanegan sarà opening act Garwood durante il tour italiano previsto per marzo).
Le reminiscenze e i retaggi del blues del Delta e del folk vengono qui contaminati da una vena scura, vagamente ipnotica e psichedelica: è blues paludoso e malato (l’opening track Sometimes), cantato con una voce profonda e quasi sciamanica. I riferimenti ai vari Lou Reed, Nick Cave e appunto all’amico Lanegan si leggono in filigrana già da subito; ma quello che convince sembra essere l’esatto equilibrio tra personalità e suggestioni, sperimentazione sonora e una accessibilità mai troppo facile (evidente nel singolo che dà il titolo all’album, a cui partecipa Jehnny Beth delle Savages, oppure nel soul trasfigurato di Disco Lights).
La scrittura di Duke Garwood è una terra di nessuno in cui si mischiano umori e immagini provenienti tanto dal deserto del Mojave, quanto da una lontanissima India (ascoltare i misticismi sonori di Snake Man per credere); le sonorità elettriche predominano per la maggior parte del tempo, anche se i momenti acustici riescono a giocare un ruolo di tutto rispetto. E’ il caso di un brano come Sweet Wine, una ballata folk dove ancora si avvertono umori vagamente soul, o per esempio di Suppertime in Hell.
Heavy Love al primo ascolto è un disco forse un po’ duro da digerire, magari troppo oscuro. Ma cresce con i successivi passaggi, quando inizia a dipanare a ventaglio tutta una serie di ambienti sonori e forme finalmente riconoscibili: ed è allora che si iniziano a vedere i tenui colori della sensibilità artistica del musicista.
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