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6.6

Un passo avanti, due indietro. Sia chiaro, non è semplice aggiungere contenuti originali, quando si arriva al quarto disco in otto anni suonando un genere (math rock/art-pop) che in tempi recenti ha conosciuto nuovi fasti e conquistato un font sempre più grande nelle line up dei principali festival (alt-J, Battles, Foals).

Bisogna rilanciare, provare ad andare laddove gli altri si fermano, e magari sperare di trovare qualcosa di migliore. Ecco allora che la nuova prova in studio dei Dutch Uncles, band di stanza a Manchester con un passato da opening act dei Paramore, tenta la strada più difficile, aggiungendo un tono più maturo, marcato e consapevole alla musica. O Shudder rappresenta un’abile evoluzione del già proposto rock danzereccio à la Field Music così come delle disfunzioni progressive care agli XTC. Duncan Wallis e soci stavolta scelgono sonorità più classiche, meno baroccheggianti, vicine alla profondità dei Cure di Faith. I temi affrontati seguono lo stesso approccio: tra toni più impegnativi e meno disincantati, i cinque si lasciano andare senza mezzi termini a riflessioni su gravidanza, terrorismo, divorzio e problemi sessuali.

E’ indubbiamente cresciuto il suono del gruppo, liberato del peso dei “crossoverismi” degli inizi, maturato sotto il profilo della riconoscibilità. Ma pur rappresentando un piacevole ascolto, rivela un’inclinazione autoreferenziale, marcatamente indie, veicolata dalla ridondanza di certi arrangiamenti (I Should Have Read), e la mancanza di smalto nei momenti migliori (Given Thing). Poteva essere l’occasione per il salto definitivo verso la maturità, ma il bersaglio è stato mancato di poco.

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