• set
    15
    2014

Album

Southern Lord

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Vanno in doppia cifra gli Earth e al compiere il quarto di secolo tornano al passato. Non a quello degli esordi che li investì, seppur a distanza di anni, del titolo di padrini del droning-rock, ma a quello “southern-heavy” dell’età di mezzo (altezza Hex, in poi, per intendersi), grazie ad un inspessimento di un suono sempre sporcato di polveri desertiche e immaginario isolazionista, ma molto più corposo rispetto al più recente passato. Non sono però queste le grosse sorprese di Primitive And Deadly (un monito? un suggerimento? un indizio?), dato che al solito rimescolamento della formazione – insieme alla batterista di lunga data, Adrienne Davies, troviamo Bill Herzog (Sunn O)))) al basso, Brett Netson (Built To Spill, Caustic Resin) e Jodie Cox (Narrows) alle chitarre, Randall Dunn (Master Musicians Of Bukkake) al moog – si aggiungono anche le voci. E se non bastasse questa novità in seno ad una band che ha fatto dello strumentale una ragione di vita, basta guardare che voci. Mark Lanegan a quella maschile e Rabia Shaheen Qazi (Rose Windows) a quella femminile allargano ancor di più lo spettro delle possibilità della band di Seattle, senza per questo snaturare un processo che, alla luce del percorso pluriennale, si può definire perfettamente compiuto.

Lunghe digressioni psych lente e macerate che fuoriescono dalla chitarra maledetta di Carlson, dal peso specifico talmente alto da far impallidire novelli virgulti d’area sludge o doom, che si vanno screziando di stralci sixties – la From the Zodiacal Light con la Shaheen Qazi alla voce diviene il rovescio della medaglia di una summer of love andata decisamente a male o una “torch song ideale per l’ora delle streghe”, press-sheet dixit – e di portentosi esercizi di feral-blues, catatonici e fiaccanti come perdersi nel (biblico) deserto rosso fuoco di There Is A Serpent Coming in preda a visioni da disidratazione (o perdita della fede, chissà).

E se l’opener Torn By The Fox Of The Crescent Moon e Even Hell Has Its Heroes sono visionari accumuli di riff come se non ci fosse un domani – la prima più heavy oriented, la seconda figlia di una personale via al blues – l’onore del masterpiece spetta alla conclusiva Rooks Across the Gates. Non a caso di nuovo cantata da Lanegan, è la traccia che più si avvicina per sensibilità e affinità al percorso “introspettivo” dei vari Angels of Darkness 1 e 2, ma ne offre una lancinante, possente, sofferentissima nuova versione/visione. Gli Earth sono tornati a guardare nelle profondità dell’essere e noi non possiamo che abbandonarci, spossati ma felici, a questo nuovo inizio.

9 Settembre 2014
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