Recensioni

Quando lo scorso anno, più o meno di questi tempi, Wiley finiva sulle pagine culturali di Repubblica con un ottimo album costruito intorno alla retorica, inesatta ma funzionale, del grande ritorno a casa e i dischi, usciti o appena annunciati, di Stormzy e Mr. Mitch aprivano la strada ad un futuro più consapevole e complesso per il genere, tutti eravamo pronti a scommettere che il 2017 sarebbe stato l’anno del grime. Non è andata proprio così, ma a dodici mesi di distanza il suono di Londra, “l’innovazione musicale inglese più eccitante dai tempi del punk”, torna prepotente a prendersi i riflettori delle cronache musicali: il merito è di Anthoney Hart, producer nativo di Hastings, nel Sussex, e già attivo anche con l’alias Basic Rhythm.
Red, White & Zero è l’esordio della nuova incarnazione artistica East Man, ed esce sulla prestigiosa Planet Mu, introdotto da un breve testo di Paul Gilroy, professore di letteratura inglese ed americana al King’s College di Londra: tema di quelle righe sono la marginalizzazione e criminalizzazione da parte dell’establishment politico inglese di molte componenti della gioventù urbana della capitale, le paure e le ansie che queste giovani vite affrontano ogni giorno e la capacità delle stesse realtà di tessere fertili reti creative e soniche. E il disco di East Man, che chiama sette MC a rimare sui beat essenziali delle sue produzioni, ha uno dei suoi punti di forza in questo spiccato senso di comunità e di solidarietà, che ritorna anche nella volontà del producer di realizzare un’opera capace di ergersi a punto di riferimento per quel groviglio di suoni che, dalla prima metà degli anni novanta, continua ad intricarsi per le strade della City: pescando da grime e dancehall, da drum’n’bass e dubstep, East Man s’inserisce con piena autorevolezza nell’hardcore continuum e la scelta di battezzare il proprio stile hi-tek non suona neppure così presuntuosa di fronte alla validità di un lavoro che, partendo dalla radici caraibiche del ritmo ridotte ad una essenzialità metallica non lontana dalla cupa estetica di Mick Harris, giunge ad esiti non troppo dissimili dalle visioni bass, sci-fi e distopiche, cyber(ghetto)punk, dell’esperienza di Kode9 con il compianto Spaceape.
Un approdo che sembra quasi un avvertimento: se il London Zoo di The Bug (altro riferimento evidente) era tanto teso e minaccioso quanto festoso e trionfante, la Londra di East Man è più vicina alle metropoli fredde e alienanti della fantascienza più dark.
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