• Gen
    13
    2017

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Autoprodotto

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Certo è difficile immaginarsi un titolo più programmatico, auto-celebrativo e rivendicativo di questo. Così come non è facile non caricare di coerenza e valenza una scelta come il volersi fare da parte, visto che questo – almeno fino al prossimo ripensamento – sarà l’ultimo (in ogni senso) disco di Wiley. Largo al nuovo che avanza insomma (e con questo intendiamo i vari Novelist, Stormzy & Co.), ma non senza prima reclamare un’altra volta la paternità di un intero mondo. Perché se è vero che il primo vero capolavoro grime, prima ancora del suo Treddin’ on Thin Ice, è stato Boy in da Corner del collega Dizzee Rascal (e siamo nel 2003), non bisogna mai dimenticare che le coordinate le aveva dettate Wiley con tracce seminali come Eskimo, Ice Rink e Igloo (imprescindibile Avalanche Music 1 per muoversi da queste parti). L’eskibeat, algida scarnificazione tra scorie UK garage, jungle e dub, che solo in seguito – pescando dal toasting giamaicano e dall’hh made in UK – diverrà grime, semplicemente non esisterebbe senza Wiley.

Siamo oggi nel pieno di una seconda giovinezza per il genere, che sembra definitivamente uscito dai confini di Londra. La stessa mano tesa da Skepta verso gli USA con il suo pluri-incensato (anche su questi lidiKonnichiwa è anch’essa indelebilmente sotto il segno di Eskiboy. Che infatti in varie interviste ha dichiarato di considerare proprio il successo di Skepta come il suo più grande traguardo personale. Così, anche l’interesse esterofilo e un po’ paraculo di Kanye e soprattutto Drake – improbabilissimo neo membro, con tanto di tatoo, della crew BBK – è semplicemente il sigillo definitivo a quella che è a detta di molti (tipo il Guardian) l’unica grande rivoluzione nel Regno Unito dopo il punk. Ma se nell’album di Skepta faceva magari un po’ effetto vedere ospite Pharrell Williams, per il suo disco di addio Wiley sceglie di non cedere a facili lusinghe da esportazione. Ecco allora che i guests più altisonanti sono i “soliti” Frisco e i fratelli Adenuga (Jme e lo stesso Skepta) – di fatto, il team BBK, e le 16 (+1) tracce sono un testamento autoctono e senza fronzoli.

Certo non è che Konnichiwa sacrificasse tutto sull’altare dell’export, anzi oltre alle tre bangerz più note e toste (That’s not Me, Shutdown e It Ain’t Safe) tutto il corollario – con annessi feat. allarmanti – raggiungeva “comunque” vertici qualitativi decisamente notevoli. Ma con i trascorsi di Eski, la paura che questo testamento si concretizzasse in una pagliacciata c’erano ed erano ben fondati. Perché se è vero che tua figlia deve pur mangiare, resta il fatto che in passato il buon Wiley il culo l’abbia consapevolmente venduto, allegro e senza troppo pudore. E l’imbarazzo per la sua sbragata pop e mainstream brucia ancora, con brutture zarrissime e improponibili come Wearin’ My Rolex e soprattutto l’inqualificabile Heatwave (dove sembra quasi giocare a fare il Pitbull della situazione), che restano lì, moleste e maldestre, a ricordarcelo. E invece il trend si conferma (e meno male) quello riabbracciato con il recente Snakes & Ladders. Quindi il padrino torna a fare (alla grande) quello che ha inventato più di 10 anni fa, convinto e cattivo, forse con ancora più rabbia e volume che nel 2004. Wiley si comporta come un sopravvissuto, come l’ultima leggenda rimasta di qualcosa che è già old school e che viene ora esportato ovunque, con il rischio che se ne dimentichino le radici e i percorsi.

Godfather diventa quindi così l’occasione per guardarsi (fieramente) alle spalle e fare un bilancio della propria carriera e del proprio percorso, magari con un po’ di auto-referenzialità (Birds n Bars, Name Brand, Speaker Box) che però, visto il soggetto in questione, è più che legittima. Il disco diventa quindi quasi uno speculare contraltare all’esordio di Loyle Carner uscito pochi giorni fa, con una forte componente autobiografica comune declinata però rispettivamente con due modi e mood agli estremi opposti di un’immaginaria scala sia espressiva che stilistica. Tra le altre cose, Wiley trova qui anche il tempo di firmare giusto una nuova hit (Back with a Banger, con una super produzione di Preditah) e compiacersi della raggiunta internazionalità del proprio figlio («my sound travels the seas, that’s why I part ‘em»), lasciarsi andare un attimo a una nostalgia tutta old school (Joe Bloggs), riappacificarsi con Ghetts al termine di un dissing iniziato nel 2006 (Bang) e concedersi un po’ di morbidezza con U Were Always, Pt. 2. Una scaletta abbastanza lunga ma senza nessun cedimento, per ribadire un’ultima(?) volta un concetto inopinabile: «wanna talk grime? Then I’m still the one».

6 Febbraio 2017
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