Recensioni

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Gli Editors rimangono un enigma. È un concetto che mi porto dietro da un paio di dischi e mi spiego meglio: continuano a sfornare album che non sono certamente indimenticabili e, allo stesso tempo, rimangono uno dei gruppi che rende meglio live. Un po’ sfortunati i ragazzi lo sono stati: al di là della stampa britannica e di quella mitteleuropea, i loro lavori non sono mai stati incensati con toni celebrativi. Verrebbe da dire, pazienza; in fondo anche Glass Animals e Alt-j sono stati sempre osteggiati dai pitchforkiani.

Come prendere quindi la riproposizione live dell’ultimo Violence, ridimensionata in versione session? Beh, come una performance che non è esplosiva quanto i concerti ma, alla luce del discorso di prima, più commestibile del disco. C’è poi da dire che da qualche album a questa parte Tom Smith sta un passo avanti agli altri, la sua voce e il suo stare sul palco hanno spento definitivamente le ceneri del post punk degli esordi sfociando, attraverso il significativo cambio di line up, in un rock da arena infuso di elettronica, sapientemente assemblato da Justin Lockie.

The Blanck Mass Sessions è quindi un’appendice sensata alle infinite code dello scorso disco e rimescola ulteriormente quel sound ricco di saturazioni e pulsazioni elettroniche. I britannici rimangono un’incognita, una polaroid sfocata in cui convivono un album springsteeniano (The Weight Of Your Love), uno depechemodiano (In Dream) e, appunto, Violence che risente molto del tocco di Blanck Mass. Al tempo stesso, hanno un live a fuoco, che sacrifica i primi tre episodi della carriera, in favore del nuovo ciclo. C’è da aspettare, perché sembra sempre che il punto di svolta sia dietro l’angolo. Probabilmente questo esperimento serve proprio a tracciare la rotta, speriamo sia la volta buona.

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