Recensioni

5.7

Dove eravamo rimasti? A In Dream, parliamo di tre anni fa: gli Editors superavano la contaminazione americana di The Weight Of Your Love e il cambio di line-up, tornando all’elettronica che aveva fatto capolino in passato. Avevamo annotato su queste pagine che il quarto disco dell’ormai quintetto britannico «è la testimonianza di un gruppo che ha deciso di sfidarsi e che si è messo in gioco partendo dall’autocritica». Da questo punto di vista Tom Smith e compagni riescono certamente nell’intento di suonare uguali e diversi a ogni episodio della loro carriera. Quello che è rimasto dei vecchi Editors, e in questo senso i Nostri sono molto simili ai Coldplay per quanto riguarda l’accentramento sul frontman, è il vocione di Smith e la sua indubbia abilità live. Ciò che suona nuovo è l’esigenza di un suono aggressivo, ai limiti della violenza. Anzi, dato il titolo scelto per questo sesto disco, questo confine viene ampiamente superato. Merito anche del fondamentale apporto di Blanck MassViolence ci consegna quindi una band ormai coesa che ha deciso di gonfiare la sua vena politica, le cui prime avvisaglie risalgono addirittura alla Fingers In The Factories contenuta nel debutto del 2005.

Il cantante della band di Birmingham ha presentato l’album con un saggio «when it’s electronic, it’s very electronic. But then when it’s guitar-y, it’s very band driven». Si è dimenticato giusto il pop di Magazine che riprende la musicalità di A Ton Of Love. Questo legame col passato è molto più forte di quanto si possa immaginare, ne parlavamo infatti già in occasione di A Moon Shaped Pool dei Radiohead nel quale si poteva obiettare la presenza in tracklist di tanti, forse troppi brani conosciuti. In Violence succede più o meno la stessa cosa: molte canzoni sono state suonate a più riprese in vari festival (ovviamente YouTube tiene il conto) e la stessa Magazine ha cominciato a essere trattata sin dai tempi di An End Has A Start (e infatti come giro di accordi e tempistiche ricorda un po’ la b-side A Thousand Pieces). Ma il punto cruciale è quella No Sound But The Wind apparsa in una colonna sonora di Twilight e immortalata in un live a Werchter del 2010.

Ecco, partiamo proprio da qui: perché? Per quale motivo un brano emotivo e scarno allo stesso tempo viene appesantito da coretti (sindrome di C. Martin già anticipata qualche rigo più su) e da un arrangiamento esageratamente barocco? E, dato che ci siamo, perché code infinite e strumentali in brani come Darkness At The Door (che ha un ritornello incisivo) o l’oscura e ripetitiva title-track? Dovremmo forse parlare di album di transizione o sono questi i veri Editors? Se le prime domande ci riserveremo di porle ai diretti interessati, possiamo tentare di rispondere all’ultimo quesito ribadendo che, da queste parti, era In Dream a sembrare un album identificativo della nuova band, perché arrivava dopo il primo tentativo di tornare sulle scene in seguito all’uscita di Urbanowicz e all’entrata di Lockey e Williams. Era anche un tentativo tutto sommato riuscito di ripescare alcune venature di In This Light And On This Evening ma forse si accartocciava su di sé non reggendo la tensione tra elettronica e rock, o quello che era il post-punk e la new wave degli inizi.

Gli Editors, con le dovute differenze, mi ricordano i Febueder, band nord-londinese che sembra sempre pronta a far uscire un disco e invece arriva con un altro, inesorabile EP. Smith e compagni sembrano essere lì lì per pubblicare l’album-passo definitivo che non arriva (e forse non arriverà) mai. Sono sempre stati accostati agli U2 per questa voglia di aprire il sound a dimensioni sempre più grandi, per inciso da quelle di un palasport a quelle di uno stadio, eppure non hanno mai proseguito fino in fondo ogni nuova strada intrapresa. Provate ad ascoltare in successione cronologica quanto fatto dai ragazzi e sentirete un’idea precisa e quadrata all’esordio, amplificata al secondo episodio, arricchita di nuove sonorità al terzo, rigenerata su nuove direttive al quarto, ancora ridimensionata in quello successivo. Tutto questo per dire che Violence non scioglie i dubbi sull’identità degli Editors, anzi per certi aspetti è un passo indietro rispetto al precedente lavoro perché, pur risultando più ambizioso, è meno coeso e non riesce a trattenere l’attenzione dell’ascoltatore nella parte finale, in cui, oltre all’eccessiva pomposità della riproposizione di No Sound Bu The Wind, collassa su se stesso perdendosi nei meandri della ballata Counting Spook e dell’intima Belong. Ecco, provate poi ad arrivare fino in fondo al sesto album della band e sarete dei miracolati o martiri, in base alla vostra tempra. Quando Nino Ciglio, in occasione del live di qualche anno fa a Bologna, scriveva che «non sono diventati quello che avremmo voluto, ma bisogna ammettere che ci sanno fare», aveva ragione, ed è proprio per questo motivo che il nuovo album degli Editors lascia l’amaro in bocca.

Non è un buco nell’acqua, perché sotto una corazza di stucchevole ruggine ci sono bei passaggi e avvolgenti melodie, ma Violence non è certo un episodio che rimarrà, perché fotografa un gruppo che per la sua storia e per ciò che lascia intravedere è ancora lontano dallo svelare la propria reale essenza.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette