Recensioni

Non sempre le azioni dei nostri figli ci trovano d’accordo, non sempre siamo entusiasti delle loro scelte, del loro operato. Ma una cosa è certa: quando un figlio diventa grande, il cuore un po’ ci si scalda. Gli Editors li abbiamo allevati fin dalla culla. Sono sempre stati uno di quei gruppi che ha diviso, tra chi li ha condannati a essere la brutta copia di Echo & The Bunnymen et similia e chi ha visto in loro un nuovo gusto (di revivalsimo, certo) che ha contribuito al rilancio della wave più oscura e massiccia. I nostri figlioletti li abbiamo visti passare in pochi anni dai club più disparati, ai piccoli festival, alle piazze e, infine, alle grandi arene. Non diciamo proprio “il posto che gli spetta di diritto”, ma tant’è… bisogna farci i conti. Perché forse abbiamo sottovalutato il fenomeno già ai tempi di An End Has A Start, quando esisteva già, per dirne una, un fan club italiano numerosissimo: speravamo di portar dentro il nostro roster personale un gruppetto da comodino, destinato a scrivere la nostra piccola storia individuale, con la profondità dei suoni e della poiesis alla quale ci aveva abituato; e invece ci siamo ritrovati con una super band, divoratrice di enormi palcoscenici, con un sound da stadio, che farebbe invidia agli U2 o a Bruce Springsteen. Se ne parlava da qualche parte in una monografia dedicata agli Smiths su queste pagine: ci sono gruppi (e il fenomeno risale agli Eighties) concepiti geneticamente come mostri da grandi arene e gli Editors, in questo, assomigliano più ai Duran Duran che agli Smiths.

Tutto questo per dire che non può certo sorprendere che la data unica a Bologna del quartetto (ormai quintetto) di Birmingham, sia stata spostata in corsa dalla media location alla grande location, causa enorme richiesta di biglietti. Non può sorprende vedere la stessa arena che sette giorni prima aveva ospitato i Depeche Mode, gremita (quasi) allo stesso modo, con un pubblico adorante e danzante in quella che è stata una scaletta da best-of (per fortuna) più che da tour promozionale dell’ultimo (discutibile) disco. Rimane un problema non indifferente: la sobrietà dello show. Si può capire tutto della crescita fisica e stilistica del nostro figlioletto, ma i lanciafiamme alla Terminator in tre o quattro canzoni sono sembrati un tantino eccessivi; per non parlare della goffa “coriandolata” sul finale di Smokers Outside The Hospital Doors, partita fuori sincrono rispetto al crescendo. Segnali, questi, identificativi di una tendenza spaccona, che contagia certe band (Coldplay, vi sentite mica chiamati in causa?) che, da X-Factor in poi, decidono che lo showbiz è la via che vogliono perseguire. Eppure non ci sarebbe dispiaciuto un Tom Smith che, come ai tempi migliori, si fosse semplicemente arrampicato sul suo pianoforte, contorcendosi e contraendosi come solo lui sa fare.

Ma questo era solo l’apparire (che sia ben chiaro, è almeno il 50 % della riuscita o meno di uno show). Gli Editors della data all’Unipol Arena di Bologna sono una band in gran forma, rodatissima, con i volumi esacerbati (in senso positivo) al punto giusto e le movenze da grandi rockers (con tutta la semantica che può starci dietro). Rispetto alle date estive o festivaliere (in Sicilia, ad esempio, apparirono un po’ scialbi), la scaletta è stata rinnovata e ampliata, con ricche escursioni in ognuno dei quattro dischi prodotti. L’indoor, infine, è sembrata la situazione ideale per caricare al meglio la macchina da palcoscenico. I brani di The Weight Of Your Love (A Ton Of Love, Formaldehyde, Honesty, Nothing e Sugar) hanno assunto una dimensione definita e un tiro gustoso, che li ha fatti salire nell’indice di gradimento rispetto alle registrazioni su disco. Incredibile a dirsi, ma il disco più premiato dalla setlist è stato The Back Room, il primo, gioiello della band. Someone Says, Munich, Light, All Sparks e Bullet conservano ancora una potenza che l’esperienza e la sicurezza della five-pieces-band, rende imprescindibile. Ma Camera (sempre da The Back Room), al ritorno sul palco dopo la pausa, è stata la vera, adorabile sorpresa della scaletta. E a proposito di brani suonati con ingombranti synth, ben cinque sono stati quelli estratti dall’oscuro In This Light And On This Evening, con Papillon a chiudere l’intero show, cavalcando le teste saltellanti ed entusiaste dell’audience.

Eletta come acme (almeno per chi scrive) la sempre bellissima The Racing Rats (una delle sole quattro da An End Has A Start), il live si conclude dopo quasi due ore in cui, alla fine, gli Editors hanno patteggiato. Hanno patteggiato con i fan “storici”, che difficilmente digeriscono le derive che ha recentemente raggiunto il sound della band; hanno patteggiato con il nuovo pubblico che, magari dopo l’apparizione ad X-Factor Italia, ha voluto scoprire di più della band che canta “desiiiiree”. Ma noi non facciamo certo i vecchi bacucchi e siamo persino pronti a tagliare il cordone ombelicale coi nostri figlioletti, se necessario. Non sono diventati quello che avremmo voluto, ma bisogna ammettere che ci sanno fare. 

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