Recensioni

7.1

È facile trovare vagamente appassionante la storia degli Esben & The Witch. Anzi, è facile invidiare il loro low profile, la loro dedizione autentica verso la musica, fuori (quasi) completamente dalle logiche commerciali ad essa legate. Non si spiegherebbero altrimenti le scelte che, dal 2008 ad oggi, hanno portato la band sotto le luci della ribalta di un nuovo sound “goth but not goth”, passando per il contratto con Matador e la (consequenziale?) approvazione unanime della stampa britannica (e internazionale), per poi tornare alle origini. A New Nature, infatti, terzo LP della band, pare sia frutto del desiderio di ritornare al periodo post-universitario, quando, dalla stanzetta sul mare di Brighton, i tre si esercitavano a fare rumore sugli strumenti.

È inutile sottolineare che si tratta di una esagerazione, dal momento che, sebbene i Nostri  abbiano scelto coraggiosamente di tirarsi fuori dall’etichetta e mettersi in proprio, dietro i mixer di questo nuovo lavoro ci sta un certo Steve Albini, che tutto è tranne che un amante delle camerette. A New Nature, ad ogni modo, è effettivamente una piccola svolta per la band, e non solo perché, almeno qui in Italia, è arrivato in sordina, quasi dimenticato dagli uffici stampa e dalle promozioni. Il lavoro, a dir la verità, rappresenta il disco con il quale gli EATW seppelliscono definitivamente le ambizioni shoegaze, gloom, ampollose, per abbracciare, una volta per tutte, un post-rock ruvido, ispido, crudo, che torna a chiamare in causa God Speed You! Black Emperor, HEALTH, Slint e persino la filosofia musicale di XX, Zola Jesus, Deer HunterFiery Furnaces.

Non è casuale, dunque, l’affiliazione al genio di Albini, che affina e sporca il disco di rimbalzi alla Shellac, di code rumoristiche impetuose, di enormi muri di chitarra, di ritmi tribali, ma, soprattutto, di equilibrio e ordine, che in dischi come questi, fanno molta differenza. Hanno coraggio, da parte loro, gli EATW: la nuova natura a cui fa riferimento il titolo è probabilmente una natura post-pandemica, a-ritmica, disarmonica e sofferta. Lo si nota già da Press Heavenwards!, con i suoi dieci minuti di crescendo e il suo paesaggio suburbano morente; lo si intuisce in Dig Your Fingers In It, che, con una cattiveria quasi sexy, ricorda le londinesi Savages (che devono molto agli EATW); lo si sottolinea nella monolitica No Dog, che, fra riverberi e ritmi ossessivi, quasi ricorda i Sonic Youth dei tempi migliori. The Jungle, poi, è il cuore del disco: un mostro a tre teste e altrettanti movimenti di minuti 14 e secondi 33, in cui si narra la storia di una donna persa in una giungla che vuole intrappolarla e infine mangiarla. La voce della Davies si sublima in questo brano di ambizione e magniloquenza: il suo lamento imperfetto riflette il ritmo tribale della giungla, pronto a cannibalizzare l’esperienza claustrofobica della percezione, fra gorgoglii, urla, mugugni e un assolo di tromba dalle più recondite profondità. Gli otto minuti di Blood Teachings, primo singolo estratto dal disco, ricordano, come d’altronde suggerisce l’intero album, le (anti)melodie vocali di Pj Harvey, con un tocco di malinconica e straziante sofferenza.

Malgrado non tutte le scelte degli EATW del 2014 siano comprensibili e giustificabili (un po’ ci manca quel sound ricercato, ingenuo e fatato degli esordi), ci sentiamo di premiare il coraggio e l’abilità di una band sempre interessante, sempre concentrata sugli strumenti a disposizione, sempre sull’osso, affamata. Non sarà più il gruppo della nuova onda, della nuova sperimentazione, ma è meglio prendersi qualche rischio, che non rischiare mai.

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