Savages (UK)

Biografia

Se ha ancora senso parlare di post-punk negli anni ’10 dopo un decennio che ha spremuto la retromania in ogni dove e visto centinaia di band inginocchiarsi davanti all’altare votivo di Ian Curtis, Echo & The Bunnymen, The Fall e Smiths sfornando dischi spicci ed emuli della gloria che fu, lo dobbiamo sicuramente a poche, pochissime band, come Sleaford Mods e naturalmente Savages, due formazioni che sembrano incarnare non tanto lo spirito anarchico e avanguardista che animò lo zoccolo duro dei gruppi del periodo, quanto una sana urgenza che sa di autentico e senza compromessi.

Fin dall’esordio Silence Yourself (2013) il quartetto britannico è stato osservato con una certa diffidenza, eppure è riuscito, soprattutto nei live, a conquistare un po’ tutti, giostrando bene con i fili di un genere dissanguato ma ancora in grado di scuotere e vibrare se imbracciato con salda fierezza, energie ben indirizzate e una certa resistenza e nerbo. Dopo anni di false promesse e fuochi fatui era quello che serviva: i nostalgici dei migliori InterpolStarvations e co. non vedevano l’ora. Soprattutto all’inizio, il commento dei detrattori ricordava le Organ, band canadese anch’essa tutta al femminile partita in quarta a inizio Duemila e poi scioltasi come neve al sole dopo la pubblicazione dell’esordio Grab That Gun (2004). Di certo il loro stile era più improntato sugli Smiths che sui Joy Division, ma tant’è: dove quel progetto fallì per vari problemi (salute, conflitti interni) le Savages, al contrario, sembrano vincere partendo da basi più solide, canzoni migliori, ma soprattutto puntando al cuore della faccenda: il loro post-punk sembra qualcosa di più di un stile di vita o un abito hipster comprato da H&M, qualcosa che si avvicina alle dualità di base del genere, fino alla distinzione primaria tra vita e morte. Fare post-punk per queste ragazze sembra una ragione di vita. E dunque nessuna sorpresa se Adore Life, pubblicato sempre da Matador Records a gennaio 2015, rappresenta una solida conferma per una formazione che punta al classico purismo di genere non ricalcando, ma cavalcando una gloriosa tradizione riproposta ancora una volta sul solito rosario di dischi Factory, ma che nel nuovo capitolo si apre alla lezione americana degli Shellac di Steve Albini, uno che nel 2015 fa ancora discutere per le sue posizioni anti-disco ma che rappresenta anche il bastione di certi saldi principi – chiamali se vuoi anche ideologie – che le ragazze incarnano con fierezza e determinazione.

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La cantante Camille Berthomier è la metà femminile del duo francese John & Jehn quando nel tardo 2011 conosce a Londra la chitarrista Gemma Thompson e con lei inizia un percorso lungo un anno che verte sulla scelta del nome da dare alla band e sulle idee da sviluppare. Alla fine il verdetto finale è “Savages” – a quanto pare dovuto alle letture adolescenziali di Gemma, in particolare Il Signore delle Mosche – e, come se non bastasse, Camille si ribattezza Jehnny Beth. Non passa molto tempo che Ayse Hassan si fa avanti in qualità di bassista e subito dopo arriva a completare il quadro Fay Milton alla batteria. Il primo concerto delle Savages è un’apertura ai British Sea Power nel 2012, occasione che mette in risalto le qualità della formazione al femminile, tanto da incuriosire John Best, già manager dei Sigur Rós, il quale sceglie di mettersi al lavoro con il quartetto. Flying to Berlin/Husbands è il singolo numero uno per Pop Noire, che The Guardian paragona al «potere sovrannaturale di una trasmissione partita da un satellite» e descrive come un corrispondente contemporaneo ed ideale degli esordi di band quali Public Image Ltd, Siouxsie and the Banshees e Joy Division. A rendere le Savages sempre più note sono principalmente i live: pregne di pathos, le oscure atmosfere che si sprigionano quando la band calca il palco avvolgono il pubblico e lo graffiano nei momenti di maggiore impeto, dove Jehn impugna il microfono e sibila, sostenuta dalle cupe e martellanti ritmiche memori degli Einstürzende Neubauten. Per questo, in seguito alla CMJ Music Marathon, il Chicago Reader esalta la spigolosità del loro post-punk made in UK, arrivando a paragonare le musiciste persino a PJ Harvey, che tra tutte è forse la rocker più autentica degli ultimi 20 anni. Il successo delle quattro si espande quindi dall’Europa agli Stati Uniti – luogo fondamentale per la loro futura crescita artistica – anche grazie alle abilità comunicative che dimostrano di possedere. In un momento storico in cui quasi la totalità degli spettatori tiene in mano uno smartphone per filmare ciò che gli si para davanti agli occhi, un cartello che il quartetto mostra a caratteri cubitali ai concerti è lapalissiano: no telefoni o, perlomeno, fortemente consigliata la modalità silenziosa («il nostro obiettivo è scoprire modi migliori per vivere la musica. Crediamo che usare i telefoni per filmare e scattare foto durante un concerto renda impossibile l’immergersi totalmente in esso. Rendiamo speciale questa serata. Mettete i telefoni su silenzioso»). Sembra la solita mossa da ragazzette supponenti, pretenziose, incapaci di mettersi al passo con i tempi, quegli stessi tempi che esigono la replica e la condivisione infinita di contenuti multimediali in qualsiasi contesto. Ma per le Savages apparire è un tutt’uno con l’essere fedele alla propria idea in musica, il condividere esperienze umane con il pubblico ricercandole in un sentimento di appartenenza che tanto aveva avuto spazio in passato e che un cattivo uso della tecnologia spesso oggigiorno va a minare. Non si tratta solo di ideali, ma di una situazione che concretamente si potrebbe di nuovo vivere in un concerto.

Dopo una nomination della BBC nella rubrica Sound of 2013, le Savages si dedicano alla produzione di Silence Yourself, debutto che viene pubblicato il 6 maggio dello stesso anno da Matador Records. In cabina di regia siedono Johnny Hostile e Rodaidh McDonald, due addetti ai lavori piuttosto famosi nell’ambiente, gente che ha lavorato dietro le quinte per artisti come Adele e The xx, ma anche How To Dress Well. Da lì si dispiega una produzione impeccabile che in sede di recensione non manca di far alzare qualche sopracciglio. Così “pulite” su disco e ben presentate a livello di immagine e comunicazione (taglio di capelli impeccabile, zigomi appuntiti, trucco professionale, estetica androgina, ecc…), le Savages convincono per 3/4, con il quarto mancante che si completa nelle esibizioni dal vivo, un risultato per nulla scontato per un esordio discografico.

«L’arte dovrebbe aiutare le persone a comprendere la propria situazione, la situazione politica, la situazione attuale, quella in cui ogni essere umano si trova», racconta ecumenica Gemma in un’intervista rilasciata a The Guardian durante l’edizione 2013 del Coachella. Silence Yourself per le ragazze rappresenta soprattutto una risposta alle tensioni e alle nevrosi che hanno assorbito dai rapporti sociali e da una società malata e marcia. L’antenna, potente e carismatica, attraverso cui questo messaggio arriva forte e chiaro si chiama Jehn, «una cantante con i controcazzi», afferma Antonio Laudazi nella recensione, una cantante le cui abilità vengono testate da Tommaso Iannini nel concerto milanese della band nel 2014. Per Tommaso, il suo stile vocale, nonostante l’approccio e il timbro derivativi, dagli ovvi rimandi agli arabeschi dark di Siouxsie Sioux, alla intensa mascolina autorialità di Pj Harvey, fino al romanticismo sermonico di Nick Cave, non è solo quello di una duttile interprete – che ha imparato la lezione e sa come proporla senza sfigurare – ma quello di chi è già in grado di metterci del suo. Nel disco, non è solo questione di controllo e concentrazione, dunque, come sembra suggerire il titolo del lavoro: «[il silenzio] non è tanto una cosa che si può ascoltare, quanto una modalità di accogliere le cose, di fare esperienze, si può applicare a qualsiasi ambito della vita», afferma una Jehn che sente di aver poco da spartire con una società dominata dalla comunicazione e dai social media. La cantante cita Bowie rivendicando l’importanza del mistero in un mondo dove tutto è rivelato sempre e comunque, e della concentrazione in un presente dove tutto è un rimando ad altro e distrarsi è la regola, non più l’eccezione («il concetto dello zittirsi è relativo ai tempi in cui viviamo. L’idea dell’essere distratti fa parte della nostra epoca. Perdere la concentrazione è ciò che succede oggi ai ragazzini»).

La missione intellettuale del quartetto nasce e si sviluppa grazie ad una ardente passione per arte e letteratura. Silence Yourself si apre con un recitato estratto dal film Opening Night del regista di culto Joe Cassavetes, cineasta americano che la band adora soprattutto per la vicinanza estetica alla Nouvelle Vague. In un’intervista a Junkee, Gemma Thompson afferma che Post Office (1971) di Bukowski, Slaughterhouse-Five (1969) di Kurt Vonnegut e Omon Ra (1992) di Victor Pelevin sono le letture che l’hanno formata maggiormente e che leggere libri è un’attività continua e vorace che l’accompagna anche durante i tour. La Beth ribatte a Pitchfork che Adore è stata ispirata dalla poetessa Minnie Bruce Pratt, che nel libro Crime Agains Nature tratta dei sentimenti di una donna che abbandona la famiglia e i suoi figli. Nel suo Tumblr, inoltre, consiglia il libro di poesie The Hollow Of The Land scritto da PJ Harvey, artista incontrata personalmente nell’ottobre del 2015, e parlando del suo punto di vista sullo stato del femminismo e sul ruolo della donna nella società, tira in ballo Robert Crumb e il suo Sex Obsessions. Nel dicembre dello stesso anno, sempre la Beth riprende un post scritto qualche anno prima riguardo all’importanza dei manifesti artistici nel suo lavoro con le Savages e con l’etichetta Pop Noire (da lei fondata), citando il surrealismo, Milan Kundera e altri autori. Una sua affermazione in particolare rende bene l’impegno artistico e intellettuale della band: «vedo i manifesti come una sorta di documentazione riguardo a ciò che siamo ora e cosa stiamo cercando di acquisire, un po’ come mettere dei sassi in un percorso per ricordarci la strada che abbiamo deciso di intraprendere».

Durante il 2014, le Savages affiancano la band giapponese art-rock Bo Ningen in occasione della messa in scena del poema sonoro Words To The Blind, occasione in cui i due gruppi si ritrovano a suonare in contemporanea. Ne deriva un album collaborativo (“simultanea poesia sonica”), pubblicato il 17 novembre 2014 via Stolen/Pop Noire. Durante l’anno successivo, la formazione anglosassone osa spingersi a più riprese oltre i confini della musica intrecciando i suoni ad altre forme d’arte, quali ad esempio la danza, la poesia e i giochi di luci ed ombre di Station to Station: A 30-day happening, manifestazione ideata con la collaborazione della coreografa Fernanda Muñoz-Newsome presso la Barbican Gallery di Londra. Secondo la Thompson l’edificio stesso dell’evento possiede un spirito proprio, elemento che per le quattro è centrale e concorre a ricoprire di un significato profondo la loro partecipazione. Ancora una volta il tema della condivisione, dell’incontro e del confronto (vedi anche la lezione di Patti Smith) si manifesta come cifra distintiva del gruppo.

In men che non si dica arriva anche il secondo album. Questa volta il punto di partenza è il silenzio, ovvero un luogo in cui non si può ascoltare altra musica oltre a quella da scrivere. Prima di spostarsi al RAK – la sede delle registrazioni nonché lo studio che ospitò The Cure, Arctic Monkeys e Radiohead al fianco del leggendario produttore Mickie Most – le Savages si prendono un po’ di tempo per isolarsi nello studio di un amico, zona West London, un luogo in cui persino Bryan Ferry aveva registrato. «Era un posto da ricchi, con case in cui avevano vissuto personaggi come Robert Plant, perciò avevamo uno sfondo glamour e al contempo romantico, un’esperienza che ci ha rinfrescate», spiega Jehn in un’intervista rilasciata a SPIN. Questo ambiente quasi idilliaco che fa da contesto al secondo disco, purtroppo, è destinato a chiudere a causa di un affitto sempre più alto, e le Savages optano quindi per il RAK. A gennaio 2015 è l’audience statunitense la cavia prescelta per testare il materiale fresco di scrittura. Confidandosi ancora con SPIN, Jehnny Beth spiega che negli USA la vita è più difficile per certi versi, «le persone sono molto più consce della linea che corre tra la vita e la morte, poiché in tante hanno perso parenti ed amici che non potevano permettersi un’assicurazione sanitaria». A livello musicale, d’altro canto, le Savages piacciono agli americani: «a loro la musica piace molto “hardcore”, amano fare headbanging, adorano quando fa male. Non hanno alcun timore del confronto come espressione d’amore», spiega entusiasta Jehnny. L’estate è lunga e le registrazioni del secondo album – che a detta di Gemma fungerà da prosecuzione dell’esordio, ma con una spinta che mira sempre più lontano – sono praticamente giunte al termine: per il quartetto è tempo di festival e show in giro per il globo, occasioni di crescita come persone e soprattutto come band. In un’intervista rilasciata a DIY la frontwoman afferma a tale proposito: «siamo divenute musiciste migliori, grazie ai tour e al resto, e di conseguenza ci sentiamo una band migliore. Sotto aspetti diversi. Ci conosciamo anche meglio, ora come ora. Quindi, in un certo senso suppongo si possa dire che anche il prossimo album sarà qualcosa di maggiormente maturo». Per le Savages (e non solo) suonare è un’opportunità per trovarsi faccia a faccia con realtà nuove, sia a livello di pubblico che di colleghi di settore, e non un modo di competere o sentirsi migliori di qualcun altro. «Quello che amo dei festival è viaggiare per il mondo, è un’ottima occasione per incontrare nuovi musicisti e divertirsi. Facciamo tutti le stesse cose e pensiamo alle stesse cose, in fondo. Questo può farti brillare come qualsiasi altra cosa», continua Gemma nell’intervista.

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Il secondo album si intitola Adore Life ed è stato prodotto e mixato dal compagno di vita di Beth, Johnny Hostile (l’altra metà dei John & Jehn e cofondatore dell’etichetta Pop Noire), con aggiunte di voci registrate nel suo studio parigino. «Quando finimmo il nostro tour», spiega Jehnny, «c’erano varie cose che avremmo voluto provare. Sapevo di volere che fossero diverse intenzioni a spingere lo sviluppo dell’album. Dopo un tour di due anni e numerosi incontri con nuove e differenti persone, metti insieme tante cose. Ho voluto usare diverse parole, alcune positive e altre negative, tutte in relazione a come il potere interagisca, ma anche connotazioni sessuali e concetti più astratti», rivela a SPIN, senza soffermarsi troppo sui dettagli. Solo in estate vengono alla luce maggiori indizi sul disco: a giugno si scopre che è Trentemøller ad averne curato il missaggio, e due mesi dopo la band pubblica il primo teaser con ospite l’icona dell’hardcore americano, Henry Rollins. Il 21 ottobre 2015 la formazione svela le fattezze di Adore Life, annunciando la sua uscita per il 22 gennaio 2016. Ad anticiparlo lo streaming del video di The Answer, brano dedicato a una turbolenta situazione amorosa e diretto da Giorgio Testi. A novembre è il turno del secondo estratto T.I.W.Y.G (condiviso sul canale YouTube ufficiale della band), che ne prosegue le traiettorie sentimentali a testimonianza del fiume di romanticismo da cui si sono fatte trasportare le Savages, palesemente noncuranti di presentarsi vulnerabili. T.I.W.Y.G. è l’infatuazione che massacra dolcemente, il sentimento adolescenziale che si ripresenta dieci, venti anni dopo, senza medicinali prescrivibili in grado di curare i dolori derivanti; come canta Beth, «Suffering, straight from the gods». Una tematica universale, specchio di generazioni lontane tra loro, ma che le Savages riescono ad avvicinare con le mosse giuste, poche ma efficaci. Sul finire dell’anno, per aiutare economicamente la fondazione The Sweet Stuff – nata per aiutare le vittime degli attacchi terroristici del 13 novembre 2015 a Parigi – la band esegue presso La Maroquinerie una cover di I Love You all the Time degli Eagles of Death Metal.

Pubblicato via Matador, Adore Life è un nuovo convincente manifesto per la band, un disco che, nelle stesse parole delle musiciste, cerca di trovare la poesia ed evitare i cliché, mostra la debolezza per risultare più forte e, più di ogni altra cosa, parla d’Amore con la A maiuscola. In sede di recensione Fernando Rennis lo descrive nei termini di un «disco post-punk “purista” tra Joy Division, Shellac e Fall che si sposa alla perfezione con una visione dell’umano che non è rassegnazione ma tentativo di catturare lo “splendore del vero” (cit Jean-Luc Godard)». Ciò che colpisce della band, ancora una volta, è l’attitudine, il nerbo genuino e intellettuale, il fatto di trovarci davanti a ragazze che hanno perfettamente in mente cosa esprimere e come, proprio come i gruppi che hanno reso mitica la Factory, ma da un’angolazione particolare e sensibile, con al centro l’essere umano.

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