Recensioni

6.2

Oltre ad aver visto il futuro con grande chiarezza – e per questo venir ritenuto uno degli autori di fantascienza più influenti della sua epoca – Philip K. Dick è uno dei nomi più (ab)usati e riferiti delle arti tutte: lo scrittore chicagoano, infatti, ha lasciato tracce dappertutto, un po’ come fanno gli animali molto ingombranti all’interno del proprio habitat, mediante spaventose qualità di lungimiranza (o preveggenza, potremmo dire) e l’onere di conferire uno spessore di umanità (seppur labile a tratti) a droidi e “macchine” di ogni tipo, ragion per cui sottoculture come quelle cyber e in linea di massima legate a immaginari post-industriali prendono a piene mani dalla sua narrativa. Questo processo, ovviamente, investe pure la musica, in particolar modo quella elettronica (anche se potremmo fare un editoriale bello lungo solo sui gruppi che si sono ispirati alla sua opera dispersiva sì, ma estremamente appagante): cielo plumbeo, vapore e scritte al neon, pioggia battente, un vago sentore di retrofuturismo – ché in fondo è ciò che sta avvenendo adesso a gran parte della musica elettronica, da dancefloor o meno.

Gli ultimi ad attingere a questo pozzo infinito di paranoie sintetiche e sogni lucidi sono gli Essaie Pas, una coppia di sposini canadesi che sembra uscita da un numero di Vogue – lei, Marie Davidson, un’interprete piuttosto affermata nei bassifondi della club culture, e precedentemente impegnata in progetti come Sleazy e Holodeck (a grandi linee suona come qualcosa della primissima Laurel Halo, ma con meno estro e più legata ai dogmi berlinesi che a quelli detroitiani); lui, Pierre Guerineau, producer a tutto tondo – dai progetti e progettini della dolce consorte a cose decisamente più sperimentali e avant, come ad esempio Dirty Beaches. Atmosfere notturne, vapori e scritte al neon dicevamo poc’anzi: tutto questo e altro nella loro ultima fatica, New Path, quinta prova lunga complessiva e seconda sulla seminale etichetta newyorchese DFA. Le tematiche dell’album (a dire il vero presenti solo nei titoli delle canzoni, per giunta scritti in francese) vertono sui passaggi-chiave di quello che probabilmente è il libro più ossessionato e ossessionante di Dick, ovvero A Scanner Darkly del 1977 (in italiano Un’oscuro Scrutare), sorta di incubo collettivo ambientato tra le soleggiate colline di Orange County – a detta di molti, un’Orange County neanche troppo distante da quella dei giorni nostri.

Lo spirito dell’album è facilmente intuibile sin dalle tinte bluastre e dalla rosa  a e s t h e t i c della copertina, che rimandano a un immaginario piuttosto inflazionato in queste istanze, ma tant’è, facciamo spallucce, ciò che conta è il contenuto. C’è da ammettere che i due ci sanno fare, decidendo di giocarsi in sei-brani-sei e una quarantina di minuti la narrazione distopica e alienante del romanzo, e gettandoci da subito nella mischia: l’album parte con la cassa e i bassi di Les Aphides, come gli afidi-parassiti che penetrano come iniezioni sottocutanee, qui abbiamo un tessuto sonoro spesso e ascendente, con moog e sequencer a penetrare tra i padiglioni auricolari dell’ascoltatore, facendo capolino qua e là come i jump scares di un film horror di serie B. Un buon gusto estetico e sonoro avvantaggia il duo, che però butta giù un canovaccio scritto e riscritto relativamente a quanto fatto di buono nella techno/post/ambient/chiamatelacomevolete negli ultimi 5-6 anni: il crepuscolo di un Andy Stott, la retrowave intimista e cinematica di un Kuedo, le parentesi dreamy di una Kelly Lee Owens, per dire, sono tutti elementi ben mescolati che girano almeno fino a metà percorso, lasciando poi il campo a svarioni e deliri accelerazionisti-quasi-trance (Les agents des stups) e ad episodi quasi più vicini ai prodromi della techno (Substance M), punto di partenza comune dei due.

New Path si esaurisce però troppo presto, facendoci alzare dal convivio con ancora una punta di fame: parte in ascesa e va sempre più rapido, concedendo a tratti intuizioni alquanto interessanti, ma quando trova un momento per respirare e abbassare i giri, poi, si ferma. E lo fa sui sei minuti di dark ambient più pallosi e derivativi della Storia della Musica, ovvero quelli della title track, che suona un po’ come un magro contentino ai fan di Hecker finiti per sbaglio in quei quartieri loschi pieni di donne bellissime che spacciano droghe sintetiche e virus per i sogni. Con questo, viene da pensare che un buon album come New Path si sia forse fermato troppo presto per ciò che avrebbe eventualmente offerto; per voi ottimisti, potremmo pensare che si è fermato laddove intendeva farlo, senza aggiungere una nota in più e lasciar quindi scadere tutto il resto della produzione. Io propendo per la prima ipotesi.

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