• set
    28
    2018

Album

Sacred Bones

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I legami tra Germania e latino-America si sono limitati solo a gerarchi nazisti in fuga, apparizioni di presunti Adolf Hitler e menate simili, e c’è poco da fare: l’associazione dei termini rimanda immediatamente a quello. Fanno eccezione poche cose, come ad esempio la psichedelia sub specie kraut cilena apparsa negli ultimi anni con Follakzoid et similia. E fanno eccezione anche questi Exploded View, arrivati al secondo album su Sacred Bones dopo l’ottimo esordio omonimo di un paio di anni fa e nati dall’incontro casuale quanto bizzarro tra Annika Henderson e i messicani Martin Thulin, Hugo Quezada e Amon Melgarejo.

L’artista inglese di Bristol ma Berlin-based, giornalista e attivista politica oltre che musicista nei Beak>  di Geoff Barrow dei Portishead e in solo con la sigla Anika (ottimo l’esordio omonimo del 2010 per Stones Throw e appunto Invada) oltre che collaboratrice di Shackleton in Behind The Glass, già di suo sarebbe un bell’esempio di globalizzazione positiva, ma se si aggiunge che per questa nuova avventura prese armi e bagagli per trasferirsi in Messico dopo avervi suonato un paio di show, ecco che questo progetto diventa un piccolo caso. Martin Thulin, Hugo Quezada e Amon Melgarejo erano i casuali compagni di viaggio on-stage con cui Anika, dopo aver scoperto una “chimica” (parole della press) da non lasciarsi scappare, si infilò in studio per tirare fuori l’esordio omonimo Exploded View che suonava come l’estremizzazione del retroterra affidato al citato esordio Anika, ovvero post-punk plumbeo ma con buone infiltrazioni melodiche, sempre caratterizzato dal cantato catatonico della cantante, spesso tagliato trasversalmente da sfasamenti elettronici di matrice industrial.

Ora per la seconda prova, perso per strada Melgarejo e dunque ridotti a trio, le cose si fanno un po’ diverse, meno “robotiche” o spersonalizzanti e più umane, con una tavolozza di colori (ehm) più ampia del solito grigio-Sheffield. Per capirsi: un pizzico di dub, molte melodie vocali sempre al limite dell’apatico, meno (apparente) ossessività e meno istintività da first take live fanno di Obey un disco più posato e meno aggressivo rispetto al precedente, plumbeo ma non monolitico quanto prismatico e iridescente nelle molte volute assunte lungo le 10 tracce. Che siano la nenia à la Nico di Gone Tomorrow, le ossessioni post-apocalittiche di Obey, le evanescenze malinconiche di Letting Go Of Childhood Dreams, il senso è quello di un disco più che buono nel suo variare su un canovaccio ben introiettato: una vera e propria “exploded view” su certe musiche a cavallo tra ’70 e ’80.

28 Settembre 2018
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