• set
    20
    2016

Album

Goodfellas

Add to Flipboard Magazine.

Bisogna essere estremamente lucidi e con una chiara visione d’insieme per provare a mettere ordine tra i brandelli filamentosi dell’esistere. Ci ha provato Fabio Cinti in questo Forze Elastiche, disco animato da uno slancio quasi sociologico e con uno sguardo critico rivolto al “ruolo” dell’uomo nel tempo e nello spazio contemporaneo. Un album alimentato da intrugli letterari a base di Bachmann e Bernhard, a sostegno di un già solido background che ha visto il Nostro fiancheggiare artisti del calibro di Morgan – amico, più che mecenate – e quel Battiato (ospite illustre nell’album Madame Ugo del 2013) a cui fin qui è stato spesso associato per analogie e traiettorie stilistico-sonore, senza tralasciare l’attività di scrittore/autore, polistrumentista, arrangiatore, già da tempo satellite fluttuante nell’orbita di un Paolo Benvegnù qui in veste di produttore.

Forze Elastiche è un disco ambizioso – che qualcuno potrebbe definire eccessivo, con le sue venti tracce – rappresentativo del punto di svolta decisivo per Cinti, perseguitato da quelle ingombranti affinità espressive che qui l’autore riesce finalmente a smorzare e a rimpiazzare grazie a tante piccole sfumature di luci ed ombre, arrangiamenti e volteggiamenti spesi a favore di una visione pop – a metà strada tra il dream e l’electro – sulla falsariga dell’Earth Hotel costruito meravigliosamente proprio da Benvegnù, o del lirismo educato di Niccolò Fabi. Cinti è chansonnier di brillanti calembour (Io Milano di Te) ma anche attore malinconico in bilico tra bagliori jazzy (La Gente che mente), lucido crooner (Perturbamento), trapezista sospeso su un tappeto di suoni che ammiccano al Battiato più sperimentale – nell’icastica Che Cosa Hai Fatto Per Meritarti Questo o nelle fluttuazioni intimiste de L’isola – così come brillante gregario e fiancheggiatore prima di The Niro nelle salite electro-pop di Non è facile a dirsi e poi di Nada (Cadevano i Santi). Uno scrosciare di parole precise, minuziose, chirurgiche che eccitano ed inducono ad una riflessione (Come Bennet) più accorta e mai superficiale, smorzate solo da intramezzi – simili a piccole chiusure di sipario – che riescono a trovare una valida alternativa nei due veri momenti outsider dell’intero disco: la struggente folk-song Wait For The Winter – suggellata dal connubio Massimo Martellotta (Calibro 35) ed Irene Ghiotto – e la cover di Biko di Peter Gabriel (presente solo nel formato fisico dell’album), ultimi brandelli di un viaggio che Cinti prova a cucirsi nuovamente addosso per non lasciarli volare via.

La natura multiforme di Forze Elastiche esige uno sforzo maggiore da parte dell’ascoltatore, proprio come quei romanzi su cui è necessario ritornare per carpirne meccaniche ed intuizioni. Un album in cui Cinti pare essersi voluto allontanare da sé stesso per osservarsi da lontano e capire a sua volta da dove ripartire, tracciando confini e destini. Qualche traccia in meno avrebbe forse favorito l’ascolto bulimico a cui oggi s’è abituati, ma probabilmente avrebbe intaccato l’aura mistica e sensuale che ti attanaglia e stritola tra le instancabili forze elastiche.

24 Settembre 2016
Leggi tutto
Precedente
Merchandise – A Corpse Wired For Sound Merchandise – A Corpse Wired For Sound
Successivo
Red Hot Chili Peppers – Blood Sugar Sex Magik Red Hot Chili Peppers – Blood Sugar Sex Magik

album

recensione

artista

artista

artista

Altre notizie suggerite