• ott
    17
    2014

Album

Woodworm

Add to Flipboard Magazine.

Dodici “stanze” per dodici personaggi che raccontano, meditano, immaginano, affrescano quadri cupi e febbrili, lirici e visionari. Questa sorta di concept a maglie larghe consente a Paolo Benvegnù di sbrigliare la vena con la consueta intensità letteraria, mentre la calligrafia sonora sembra avere ormai rinunciato agli slanci visionari più incandescenti, attestandosi dalle parti di una post wave arty dal codice genetico segnatamente anni Novanta. Tutto ciò per dire che Earth Hotel, quarto disco solista per l’ex-Scisma a tre anni dall’apprezzato Hermann, è un album riuscito con momenti di straordinaria bellezza, precisando però che il suo punto di forza sembra risiedere più che altro nella densità e stratificazione dei testi. I quali ascolto dopo ascolto rivelano passaggi dalla bellezza ricca di riverberi, implicazioni e insidie morali. Non si resta indifferenti leggendo versi come “sognare da immortali/seguendo una visione/cos’è la vita/se non amarsi“, “ed è per questo che io gioisco nell’usarti“, “preparo l’infinito/cento gocce dentro ad un bicchiere“,e via discorrendo.

L’ambizione a costruire qualcosa di poeticamente alto con gli attrezzi del rock è assieme il punto di forza, la sostanza e il principale limite di Benvegnù. Il suo è cantautorato rock che cerca di sfruttare al massimo le potenzialità del mezzo, ma in questa ricerca a tratti sembra smarrire il polso, trascinandosi in situazioni dove traballa l’equilibrio tra struttura e composizione (vedi la synth wave tesa ma un po’ monocorde di Feed The Distruction e l’inerzia Notwist di Piccola pornografia urbana) oppure semplicemente inadeguate (vedi Life, ballata semiacustica in inglese con un retrogusto d’artificio quasi Extreme). Ma appunto, come dicevamo, resta un lavoro apprezzabile, con alcuni momenti davvero buoni. Ad esempio la wave atmosferica di Avenida Silencio, col suo patchwork di lingue, il bordone di synth quasi Joy Division e quel finale scontornato free psych.

Oppure Divisionisti, con le palpitazioni sparse Radiohead tra riff d’archi e un tappeto serrato di chitarre e tastiere. O ancora il Tenco agreste e cameristico di Orlando (“perché tutto è un mistero da non rivelare/perché tutto ci parla senza farsi vedere“) e quello malato Black Heart Procession di Hannah. Stupisce poi l’invettiva funky e sbrigliata di Nuovosonettomaosita, al limite tra spoken sloganistico e rap (“esiste un nuovo ordine nel caos“), col chorus che ammicca riffettini radianti di synth: improbabile per uno come Benvegnù, eppure tutto sommato riuscito. Ai nostalgici degli Scisma infine non dovrebbero dispiacere le tracce che aprono e chiudono la scaletta, entrambe attraversate da enfasi visionaria e trepidazioni soniche desuete: più sincopata e atmosferica Nello spazio profondo, vero e proprio patchwork di suggestioni folk-psych ed electro-wave la conclusiva Sempiterni sguardi e primati (“tuo figlio è pazzo, si è perso nell’inconsistenza di tutto/si è perso nel mondo che ha osato cercare“).

Pur con qualche intoppo e una padronanza non sempre limpida della situazione, disco dopo disco Benvegnù sta acquistando la statura di un classico.

22 Ottobre 2014
Leggi tutto
Precedente
Stars – No One Is Lost Stars – No One Is Lost
Successivo
Thurston Moore – The Best Day Thurston Moore – The Best Day

Altre notizie suggerite