• apr
    27
    2018

Album

Private Stanze

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La parola magica è quel “gentile” che si legge nel titolo: un commento che a prima vista giudicheresti quasi ingenuo, e che invece finisce per ben racchiudere la semplicità, la logica linearità che la rilettura de La voce del padrone (1981) di Franco Battiato ad opera di Fabio Cinti porta con sé. Non che il lavoro sia stato facile per il Nostro, sia chiaro: Cinti prende in prestito sezione d’archi, pianoforte e coro e riarrangia completamente un disco che per molti è più un credo religioso, una di quelle pietre miliari talmente radicate nel nostro immaginario da risultare quasi intoccabili – sullo stesso livello, ad esempio, di un Come è profondo il mare di Lucio Dalla. Un’operazione non solo coraggiosa, ma persino incosciente nel suo essere soprattutto un omaggio totalmente appassionato a un album (e a un autore) amato profondamente dal musicista.

Cinti non stravolge nulla nelle melodie, ma cambia tutto il contorno, creando tramite contrappunti tra violino, viola, violoncello e pianoforte geometrie dinamiche e agili, lontane dalla naftalina a cui potrebbe far pensare l’impianto fondamentalmente classico degli strumenti. C’è una leggerezza vitale nei suoni – avvalorata da una voce che talvolta potresti scambiare davvero per quella dello stesso Battiato – che non solo non fa rimpiangere l’assenza dei sintetizzatori, ma fornisce implicitamente anche nuovi punti di vista su brani ormai cristallizzati nella memoria. Potremmo citare, ad esempio, una splendida Bandiera Bianca giocata tra corde pizzicate, incroci di voci e tappeti di violoncello, una Summer On A Solitary Beach dalla potenza poetica cruciale e pregna d’una malinconia tangibile, o magari una Cuccurucucù intesa come un affascinante e veloce call & response tra gli strumenti.

Se Battiato, nel suo disco, aveva creato un cortocircuito tra musica colta e pop, melodia e synth, unendo mondi in apparenza agli antipodi, Cinti parte dalla partitura cameristica e la piega a una attualità dotata di una moderna fisicità lontana dalla maniera. Gli si potrebbe imputare il fatto di non aver stravolto nulla, di essersi limitato a fare il cronista raccontando canzoni che rimangono identiche nell’ossatura, solo trasposte in un gusto musicale diverso: ma voi, al suo posto, avreste avuto il coraggio di mettere le mani su brani già perfetti come Centro di gravità permanente o Gli uccelli? Non scherziamo. Disco affascinante, fatto con grande rispetto e al tempo stesso capace di solleticare l’immaginazione.

29 aprile 2018
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