• Apr
    20
    2018

Album

Avant!, Ramp Local

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Per la serie “recensioni che mai avremmo voluto scrivere”, ecco Rising, ennesimo e purtroppo ultimo disco per i Father Murphy, in assoluto una delle band per cui chi scrive prova più rispetto, e non solo musicalmente parlando. Se sorprende la notizia dell’album appena pubblicato da Avant! in doppio vinile come quello che segna la fine del percorso per il duo italiano, non sorprende affatto che esso sia stato concepito in tutto e per tutto come un requiem, vista la piega che dalla “trilogia della croce” – costituita da Calvary, dall’album lungo Croce e dal 10” Lamentations – in poi – ma i prodromi sono da ricercare lungo tutta la discografia – aveva preso il sound dell’ormai duo.

C’è nelle pieghe del suono dell’ultima fase dei FM un senso di altera sacralità, di algida spiritualità, che tocca spesso, anche per tematiche, lande limitrofe alla sfera religiosa come senso di colpa, punizione, purificazione, espiazione, ecc. Dopotutto sono Freddie e Chiara Lee stessi a intendere il sound della propria formazione come quello del “catholic sense of guilt” e a connotarlo dunque di una serie di sfaccettature “chiesastiche” che trovano ora, in questo requiem finale, la propria compiutezza, con un armamentario che prevede anche organi, timpani e tromboni, oltre a field recordings, riverberi, silenzi, canti corali, e che prescinde o quasi dalla strumentazione rock e da quel tribalismo ieratico che ne segnava passaggi anche recenti. Al netto di questa “depurazione” sonora e in linea con una ricerca quasi filologica sul requiem e sulle sue strutturazioni interne, i due giungono al “suono trionfante della morte” tramite una reductio quasi al silenzio e alla stasi (sacrale o prossima al demoniaco, non è dato sapere), a una rarefazione sonora che ha del trascendente e che mantiene sì, tutta l’algida solitudine del canto della morte, ma soprattutto conclude un percorso di essiccazione e sottrazione che si fa ricerca dell’essenziale e che ci si spiega davanti traccia dopo traccia.

Disco ostico, si sarà capito; non immediato, ma estremamente personale, sentito, perfettamente elaborato sia nelle sue pieghe più “classiche” – le melodie quasi barocche di Communion, la coralità salmodiante di In Paradisum, l’organo dominante Tract, per fare degli esempi – come in quelle più coraggiose – il vago sentore DIJ elettronici, altezza Take Care And Control, di Gradual, la “rivisitazione” del canto finale del requiem Libera Me sostituito dalla registrazione del lavorio delle larve sulle viscere per restituire veramente alla terra ciò che era polvere –, tutte finalizzate alla creazione di un’opera tanto totalizzante e definitiva quanto struggente e lucidamente archetipica.

Il pellegrinaggio di padre Murphy giunge, insomma, al suo termine ideale, all’approdo definitivo. Chissà se si reincarnerà in qualcuno o qualcosa di altro e tornerà sulla terra per raccontarci, sempre a suo modo, cosa c’è oltre la morte, se la luce, le tenebre o un immenso vuoto. Di sicuro resta il vuoto stordente sintetizzato in questa elegia pre-morte, metafora sonora di quello ancor più spiazzante e sofferto lasciato dai Father Murphy.

20 Aprile 2018
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