Recensioni

È sempre e solo una questione di tempo. C’è chi il tempo se lo fa nemico e c’è chi, invece, quel ticchettio inesorabile lo abbraccia e lo trasforma in un alleato. I Field Music in questi ultimi due anni, con il tempo, hanno dovuto fare i conti parecchie volte. Loro, abituati a plasmarlo e a piegarlo a piacimento in accelerazioni prog e jazz, si sono trovati probabilmente per la prima volta della loro ormai decennale carriera a fare i conti con cose che non potevano controllare direttamente, e l’agogica da loro padroneggiata con maestria nella scrittura musicale, con la vita, purtroppo, poco c’entra.
Capita quindi che lo studio di registrazione dove i fratelli Brewis hanno registrato cinque dei loro sei dischi, debba essere demolito e il tempo a disposizione sia veramente risicato. Solo lì però Open Here può essere scritto e fatto, e il via a questo giro non viene dato dallo scoppio di uno sparo, ma da un avviso di sfratto recapitato ai due nel 2017. Una corsa contro il tempo sicuramente, ma capace al contempo di dare il giusto sfiato a quella urgenza comunicativa che dei Field Music è stata sempre peculiare caratteristica. A due anni da Commontime, album che tanto ha dato agli inglesi di Sunderland e che aveva portato anche l’endorsement di sua maestà Prince che di lì a poco sparì improvvisamente in una pioggia viola, i Field Music tornano con quello che è sicuramente il loro lavoro più complesso e ambizioso.
Open Here è il loro manifesto politico, una risposta a tutto quello che è successo in questi ultimi due anni di lavorazione dalla loro e dall’altra parte dell’Atlantico, una analisi «sulla perdita di fiducia nelle cose, nelle istituzioni e nelle persone». Un lavoro fitto, strutturalmente complesso e ricco negli arrangiamenti, con una pletora di ospiti alle prese con fiati, percussioni e addirittura un quartetto d’archi (una roba che, ultimamente soprattutto, non si vede così spesso). Tutto ha un ruolo ben preciso, tutto suona in maniera perfetta: il modo più giusto e romantico per dire addio a quello che non era solo uno studio di registrazione, ma un membro aggiuntivo della band. E la sostanza? C’è eccome: Time in Joy è un opening in pieno stile Field Music con il filicorno a disegnare merletti su quel giro di basso che tanto sa di Tony Levin; Count It Up con il suo sincopatissimo psycho-funk sarebbe sicuramente piaciuta al Prince di Around The World in a Day e Share a Pillow è un funkettone suonato però à la Lounge Lizard, con un incedere mefistofelico e con un sax baritono (i vecchi amori non si scordano mai) da fregarsi le mani. Poi c’è il trittico Goodbye To The Country, Checking on a Message e No King No Princess, che sono dei preziosissimi Bignami da consegnare alle nuove leve per fargli capire come si scrive un pezzo pop. Daylight Saving (sentite anche voi quei richiami a All My Love dei Led Zep?) e Find A Way To Keep, che parte su sonorità sognanti in scia al Rael di The Lamb Lies Down on Broadway per poi raggiungere il climax in una deflagrazione di fiati in pieno stile Macca (sì, sempre lui), spengono la luce e chiudono la porta del disco e dello studio, pronto ad accogliere la pala meccanica.
La costante crescita dei Field Music in questi quattordici anni di carriera (si sono formati nel 2004) non è una cosa casuale; dietro c’è tanto lavoro, perizia, voglia di sperimentare e anche di mettersi in gioco e confrontarsi con la tradizione. Di quella “cucciolata” revanscista dei primi anni zero, i Field Music erano forse considerati i più debolucci, nonostante avessero già dimostrato dall’omonimo esordio di avere palle e testa. Dopo tutti questi anni, sono ancora qui a scrivere grandi canzoni. Un motivo ci sarà.
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