• Apr
    17
    2020

Album

Epic records

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«I know that time is elastic», esclama Fiona Apple a denti stretti in I Want You To Love Me, il primo brano a graziare le orecchie dei fan a otto anni di distanza da The Idler Wheel… (2012). Niente anteprime, nessuna promozione in senso canonico: dopo qualche secondo di una scheletrica traccia percussiva che ancora sa di demo e una leggiadra melodia al piano, la voce di Fiona rispunta dal nulla, con l’asprezza e il vigore di chi ha semplicemente aspettato abbastanza. Ispirato a una lunga seduta di meditazione in cui Fiona ricorda di essersi arresa al naturale scorrere degli eventi, calando le proprie barriere di difesa e riuscendo, forse per la prima volta, a liberarsi dei suoi pensieri, I Want You To Love Me introduce la prima di una lunga serie di epifanie accumulate nell’ultimo, “elastico” decennio: «Whenever you want to begin, begin». Concepito tra estemporanee sperimentazioni in solitaria, ritrovati appunti di taccuino, lunghe interruzioni e procrastinate session con alcuni tra i musicisti a lei più cari, Fetch The Bolt Cutters, più che un prodotto finito e levigato a dovere, è un ruvido, cangiante collage che racconta il processo creativo di un’artista pronta a ricominciare e a lanciarsi nell’ignoto.

Lo slancio è stato letterale quando Fiona, autoproclamata pantofolaia assetata di serie TV poliziesche, ha sentito la detective Stella Gibson, interpretata da Gillian Anderson nella serie The Fall, intimare a un collega «portami le cesoie», «fetch the bolt cutters», per l’appunto, nell’atto di liberare una ragazza tenuta ostaggio dai suoi aggressori. Fiona, racconta, è balzata dal divano per scrivere di getto le parole su una lavagna: sapeva sarebbero state il titolo del nuovo album. Le cesoie sono una metafora per un qualunque mezzo di liberazione da insicurezze e situazioni di stallo psicologico, strumenti che i tredici volubili, a tratti scomodi brani dell’album non ci presentano come idealizzate armi di resilienza in stile neoliberal pop, ma come potenziali realizzazioni raggiunte nel tempo, a fatica, tra inevitabili pugni allo stomaco e una giusta dose di rabbia. Lo stallo personale di Fiona, come racconta in una serie di vivide vignette autobiografiche che arrivano indietro nel tempo fino alla scuola media (Shameika) e si proiettano spavaldamente nel futuro (On I Go), è una percezione di se stessa e del proprio potenziale affettivo e umano falsata tanto da una serie di traumi e relazioni interpersonali accidentate, quanto da una propensione a interiorizzare lo sguardo e il giudizio altrui.

Il tema di per sé non è nuovo: «Is that why they call me a sullen girl, sullen girl?» si chiedeva nel lontano 1996 in Tidal, un disco di debutto concepito da una teenager già pronta a sviscerarsi con occhio ipercritico. Eppure in Fetch The Bold Cutters, ai tipici, aspri j’accuse di Fiona e alle sue proverbiali richieste di essere «left alone», si sostituisce un generale senso di apertura. Apertura non solo verso un pubblico di interlocutori e, per la prima volta, interlocutrici, con cui condivide riflessioni dal ritrovato piglio ricostruttivo, ma anche un’apertura verso l’esterno in senso fisico. L’immagine dell’artista chiusa nella sua dimora di Venice Beach con il suo cane, cliché tanto amato-odiato da uno stuolo di fan perennemente in astinenza da nuova musica, ha fatto il suo tempo, sembra suggerire Fiona, un’artista che negli ultimi otto anni ha comunicato col mondo solamente grazie all’iniziativa della propria coinquilina e che, non scordiamocelo, ha in curriculum persino un brano dedicato agli amici che riescono a trascinarla fuori casa per suonare (Largo).

In linea con lo spirito contrario di Fiona, un affascinante paradosso caratterizza Fetch The Bolt Cutters: il suo album più estroverso, determinato a rompere l’isolamento, è caratterizzato dai suoni e dagli spazi della casa in cui è stato concepito. Tra furtive prese diretta, semi-improvvisazioni con la sua band (Sebastian Steinberg al basso, Amy Aileen Wood alle percussioni e David Garza alla chitarra), tonanti, impertinenti sezioni ritmiche, e alcune tra le interpretazioni vocali di Fiona più espressioniste di sempre, il sound metamorfico di Fetch The Bolt Cutters nelle spigolosità della dimensione domestica riesce a catturare a meraviglia un senso di urgenza e insofferenza per lo status quo. Le porte rimangono spesso aperte mentre Fiona registra in solitaria, improvvisando delle sequenze in cui usa come percussioni, tra le altre cose, farfalle di metallo, piani cottura trovati per strada e persino una scatola contenente le ossa della sua compianta cagna Janet. Che si tratti di jam sessions con la sua band, dei suoi primi collage su GarageBand o di multi-tracce vocali completate a distanza di anni, tutti i brani del disco contengono una dose d’imprevisto e danno il benvenuto all’errore (Fiona l’ha chiamato un «messy, messy» album), esasperando un tratto stilistico che aveva già fatto capolino in The Idler Wheel (le finestre aperte su Werewolf, per esempio).

«Ah, fuck, shit», sentiamo all’improvviso nel mantra On I Go, l’imprecazione di Fiona per aver mancato il beat miracolosamente in linea con la brusca perentorietà dei suoi propositi («Up until now in a rush to prove / But now I only move to move»). Nei primi minuti di Newspaper, oltre a un generale fruscio e rumore di fondo del one take originale di una Fiona in solitaria, sentiamo il latrato della sua cagna Mercy in lontananza, mentre al termine della title-track, a Mercy si uniscono in concerto i cani della coinquilina e dell’attrice Cara Delevingne, che qui contribuisce con dei backing vocals e un estemporaneo miagolio. Il modo in cui l’improvviso abbaiare dei cani compenetra le sonorità del disco mi ricorda a tratti le registrazioni domestiche gattare di Lisa Germano, un’altra losangelina notoriamente incline all’isolamento con cui Fiona condivide più di un collaboratore. Le asciutte, tintinnanti percussioni che attraversano l’intero album tra ipnotiche ripetizioni (Relay), ossessivi crescendo (Under The Table) e ariosi assestamenti (Heavy Balloon), invece, echeggiano il free jazz, gli elementi d’improvvisazione casalinga del Delta blues e, nelle loro derive più atonali, persino i fantasmatici, asfittici riferimenti country blues di un Jandek. L’enfasi assoluta su una componente ritmica imprevedibile ai limiti dell’acusmatico, non c’è che dire, rende Fetch The Bolt Cutters il disco più sperimentale di Fiona. In uno straordinario momento meta, l’album contiene persino un aneddoto che mette in relazione l’indiosincrasia delle percussioni con la personalità dell’artista: in Shameika ci viene presentata l’immagine di una Fiona bambina che, diretta verso la scuola, calpesta le foglie sotto i suoi piedi, si morde i denti e si batte i fianchi «to a rhythm invisible», alla ricerca di una dimensione e un’espressività tutte particolari («just for me»).

Di conseguenza l’orecchiabilità e l’incisività delle sue composizioni, assieme al dispiegarsi delle loro componenti melodiche, finisce per rivelarsi solo con il tempo, trasfondendo in Fetch the Bolt Cutters il fascino del capolavoro da decostruire e riscoprire. Persino lo strumento chiave nell’iconografia di Fiona Apple, il pianoforte, è spesso assente o viene relegato a una funzione di accompagnamento, sepolto qualche metro di sotto nel mix per accentuare la componente più nerboruta e il potenziale sfibrante dei brani. La voce di Fiona, al contrario, nel suo costante peregrinare tra l’assertività dei suoi inni motivazionali e la vulnerabilità delle sue memorie, è, assieme alle percussioni, protagonista assoluta e, come loro, si trasforma in un’affascinante, imprendibile arma volta a movimentare e in alcuni casi stravolgere la struttura e il tono dei brani. In I Want You To Love Me, cui Anything We Want cede il podio come brano più ottimista della sua carriera, Fiona tiene la nota più lunga e rasserenante che potreste aspettarvi sulla parola “You”, per poi scatenarsi in un rantolo à la Joan La Barbara negli ultimi, surreali venti secondi del brano. Nella tragicomica Under The Table, in cui rivendica il proprio diritto a confrontarsi con i padroni di casa nel contesto di una cena formale, Fiona passa da un baldanzoso ritornello in cui sembra imitare la spensieratezza di una canzone per bambini («Kick me under the table all you want, I won’t shut up») a un bridge in cui il verso «I would beg to disagree, but begging disagrees with me» viene urlato con il vigore distruttivo e vendicativo di un’eroina da tragedia greca.

Un altro tipo di contrasto, quello tra una sensibilità più leggera e pop, spesso veicolata anche dai cori della sorella Maude Maggart, da un lato, e una componente più tragica dall’altro, è presente anche negli scoppi emotivi dei brani Newspaper e For Her. Nelle rauche invettive della prima emergono con forza l’influenza di soul e jazz, nel repertorio di Fiona fin dai suoi primi passi col piano a otto anni, mentre nella seconda, uno sconcertante confronto tra la vittima di uno stupro e il suo aggressore («Good morning», esclama Fiona avvolta da un assordante silenzio, «you raped me in the same bed your daughter was born»), Fiona echeggia l’assertività delle madri del blues e, al contempo, cattura la sottile via di mezzo tra fragilità e minaccia nelle interpretazioni di una giovane Sinéad O’Connor, uno dei suoi idoli. For Her, pur raccontando l’esperienza di un’altra donna, senza dubbio echeggia la rabbia della stessa Fiona, che già ai tempi di Tidal aveva parlato di uno stupro subito a dodici anni, ma che solo oggi ha affrontato esplicitamente nella sua musica.

La decisione di trattare il tema, come si anticipava, rientra nella più generale volontà di aprirsi presente su Fetch The Bolt Cutters. Prima di quest’album la maggior parte dei testi di Fiona, è giusto ammetterlo, si concentrava sulle proprie peripezie sentimentali o sull’amarezza di un post-breakup fatto di anelati momenti di solitudine («If you don’t have a date, celebrate», concludeva in Waltz (Better Than Fine), l’ultimo brano di Extraordinary Machine. Le parole infuocate di Fiona, per definizione, erano destinate alle orecchie di un ex. In Fetch The Bolt Cutters momenti come questi non mancano (nell’amara His Rack, per esempio, o nella splendida ballata Cosmonauts, in cui spicca un nuovo classico di cinismo Appleiano, il verso «Your face ignites a fuse to my patience»), ma qui per la prima volta le sue missive raggiungono destinatari inaspettati. In Shameika Fiona ringrazia una compagna delle medie che ricorda vagamente, ma che ai tempi le instillò un “dubbio” che forse solo ora, a quarantadue anni, Fiona si sente di considerare una verità («Shameika said I had potential»). In Newspaper, indirizzata alla compagna attuale di un suo ex, Fiona riflette sul destino (o sfortuna?) che le accomuna e al contempo le tiene lontane («I wonder what lies he’s told you about me / To make sure that we’ll never be friends»). Nell’esilarante Ladies Fiona risplende nella veste di una consumata performer jazz che, probabilmente arrivata al terzo bicchiere («Ladies, ladies, ladies, ladies!», ripete nel ritornello dando l’impressione di perdere l’equilibrio ad ogni cambio d’intonazione), decide di utilizzare un vestito da sera per un passaggio di testimone tra lei, l’ex moglie del proprio ex e la sua attuale fidanzata. Se in passato le “altre donne” venivano relegate a poco più che uno “she” nei suoi testi («Honey, I can’t help you out / While she’s still around», cantava in I Know), in Fetch The Bolt Cutters Fiona impiega le proprie straordinarie doti di scrittrice per immaginarle. Lungi dal semplificare l’impresa con un messaggio politically correct di sorellanza, Fiona conclude con un pizzico di realistica amarezza: «Yet another woman, to whom I won’t get through».

Ma è tra le repentine oscillazioni di tempi e stile del brano Heavy Balloon che emerge il messaggio forse più duttile e potente dell’intero disco. Qui Fiona, accompagnata dai cori della sorella Maude e il brulicare di microscopiche percussioni, racconta la depressione con alcune delle immagini più efficaci dell’intero canone pop sul tema. «You get dragged down, down to the same spot enough times in a row / The bottom begins to feel like the only safe place that you know», spiega con lucidità, quasi a voler neutralizzare lo stigma sociale e il giudizio degli scettici. Eppure, in linea con il rivoluzionario spirito di rinnovamento di Fetch The Bolt Cutter, Fiona sembra voler neutralizzare al contempo anche la vecchia se stessa, quella che dopo averci raccontato delle proprie battaglie interiori, in Every Single Night concludeva «I just want to feel everything». Nel ritornello di Heavy Balloon Fiona sbraita, tonante «I spread like strawberries / I climb like peas and bean» recuperando una forza centrifuga capace di mantenerla in movimento. Tra le pieghe del ruvido, incontenibile sound di Fetch the Bolt Cutters, si nasconde un suggerimento anche per tutti noi: «blast the music / Bang it, bite it, bruise it».

25 Aprile 2020
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Fiona Apple

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