• Giu
    16
    2017

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La storia dei Fleet Foxes è una storia strana: come può una band all’apice del suo successo sparire nel nulla? In molti lo ricorderete: era il 2011 e sugli scaffali usciva Helplessness Blues, seconda prova lunga per le volpi cascadiche; i Foxes, reduci dall’immenso successo e unanime giubilo per l’album omonimo, uscito tre anni prima, si ergevano dagli allori e si destavano dal baccanale, consegnandoci un’altra opera se vogliamo ancor più ambiziosa e spiazzante. Helplessness Blues è uno di quegli album che nella discografia di un gruppo qualsiasi traccerebbe una linea, rappresentando un salto del guado, una maggior presa di coscienza. Ma i Foxes non sono un gruppo qualsiasi, e già al secondo album si capiva che qualcosa era cambiato, che la band sentiva di avere nelle mani l’esperienza e la manodopera decennale di un saggio artigiano; nei brani serpeggia una grandeur tipica dei dischi jazz o di grandi opere pop come il Sergente Pepe, e tutto, ogni suono, ogni eco o boato, ogni minimo sussurro o battito sembra provenire dalle stanze bianche di Abbey Road, e non più da un tronco cavo ed ammantato di resina fresca. Il disco usciva nell’estate del 2011, ma dopo un anno e mezzo di tour, il capobranco Robin Pecknold faceva un passo indietro: «fuggo dalla montagna, vado a laurearmi a New York, alla Columbia». È iato. E così, Skyler Skjelset (co-fondatore) partiva per il Giappone, dedicandosi a vari progetti musicali, e l’uomo dietro alle pelli sceglieva di diventare uno degli chansonnier più luminosi, irriverenti e disincantati di tutto il reame hollywoodiano. Dopo, il silenzio.

A sei anni di distanza, è forse arduo spiegare quanto e se (effettivamente) ci sono mancate le volpi provenienti dalla grande area montuosa che domina Seattle – quel lembo di Stati Uniti, il nord-ovest, al tempo stesso così pacifico e terrorizzante nei suoi immensi silenzi narrato nelle storie allucinate e colto dall’occhio distorto di David Lynch – ma è forse più arduo per loro capire quanto tutto là fuori sia profondamente cambiato. Mentre Padre John predica amore e negazione nella valle delle anime perdute, una nuova schiera di portavoce generazionali dalla pelle d’ebano riporta la black music tra le sfere alte, e un certo Justin Vernon (che con loro si poneva come il profeta più autorevole di quel tipo di linguaggio arcaico e splendidamente anacronistico) dona anima e corpo all’elettronica e a un soul futuristico e androide. L’humus musicale è in fermento costante. Tutti ad esprimere il loro dissenso per un leader non voluto. E’ un clima sociale teso, ondivago e sinistro come non lo si percepiva dal post-9/11 quello di oggi, scandito dal ritmo di milioni di cinguettii e mere cronache usa-e-getta, lontano anni luce dal MySpace che la band usava al tempo dell’esordio.

E loro, cosa fanno? Se ne escono con un disco ancor più splendidamente anacronistico, intimo e sentito, pacato ma non meno maestoso nelle intenzioni e nella forma: Crack-Up è quello che, senza troppi giri di parole, potremmo definire come lo stato dell’arte, il manifesto ultimo dei Fleet Foxes. Il talismano della loro purezza e della loro commovente sincerità. Crack-Up è tutto questo, ma è anche e soprattutto una storia che parla di perdite, abbandono, amore, fratellanza: in questi sei anni, Pecknold e Skjelset hanno lavorato a distanza, si sono soltanto sfiorati, hanno percepito un vuoto, una distanza (non solo geografica) tra il legame indissolubile che governava la loro amicizia, e che soprattutto era la chiave di volta del sound dei Foxes, se non l’essenza stessa della band. Pecknold si è spostato nella grande mela, epicentro del caos, dell’hic et nunc e della frenesia del mondo occidentale; Skjelset, come detto, ha trovato dimora in Giappone: è anche per questo che verrebbe quasi più facile definirlo un album di world music, non tanto nel sound, quanto nelle vibrazioni che si respirano durante l’ora scarsa d’ascolto.

Robin e Skyler si riuniscono, e mettono su tela un’infinita gamma di sfumature e tonalità: c’è il rosso del sangue e della passione, nell’epica cavalcata di Third of May / Ōdaigahara, il blu disteso e pacifico dell’oceano in On Another Ocean (January / June) (che mostra una seconda parte fortemente influenzata da un sound più indie rock), ma anche il verde esplosivo delle chiome in fiore nei giorni di primavera (Fool’s Errand), o il giallo, l’arancione e tutte le sfumature dell’autunno, immortalate già dai tempi della loro prima prova discografica, nel singolo If you need to, Keep time on me. Ci sono quindi richiami al passato della band (un passato in realtà mai sbiadito), al pastorale americano del primo omonimo, ma anche a quella maestosità orchestrale da “big band” del successore di cui sopra (la suite d’apertura I Am All That I Need / Arroyo Seco / Thumbprint Scar è significativa in tal senso), che si manifesta in una rinnovata volontà di ricerca sonora e complessità compositiva: penso alla struttura “trasversale” di quello che forse è il miglior brano dell’album, dal criptico titolo di Mearscapa, condito da fiati ed altri elementi che, piano piano, come in un’opera di Prokofiev, entrano in scena (la splendida linea di basso, verticale e tentacolare, che sale come un polipo dal petto su fino alla coscienza dell’ascoltatore e si sedimenta nei suoi padiglioni). Ma qui (ri)troviamo anche un Pecknold cresciuto, come nel migliore dei bildungsroman, non più soave e spensierato menestrello, ma meditabondo, talvolta dimesso (ma non meno energico) cantautore, come nel racconto urbano e neoromantico di I should see Memphis, pregno di quella siccità e di quella ruvidezza tipica delle grandi ballate dei folksingers americani (gli spettri di Cash e Van Zandt vegliano su quelle note, potete scommetterci).

Insomma, Crack-Up (che prende nome da un saggio di F.S. Fitzgerald) è – proprio quello che si suggerisce il titolo – quasi onomatopeico: è una rottura, l’apertura di un pertugio nella tana di queste volpi, sicuramente schive, probabilmente fuori dal tempo e dallo spazio. Ma il disco è anche un fil rouge che ci lega e ci ricorda quella bellezza senza tempo che è passata più o meno ovunque, da Kind of Blue ad Astral Weeks, ed in forme differenti, ma sempre semidivine e assolute, inconfutabili. È infine un ascolto necessario, per renderci conto dell’importanza di ciò che abbiamo, di quale immenso patrimonio possa essere per una generazione di avidi e preparati ascoltatori come la nostra una band come i Fleet Foxes.

8 Giugno 2017
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