• mag
    05
    2017

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Ninja Tune

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«L’idea di guardare a futuri modi flessibili di espressione e linguaggio che si adattino ai nostri interessi mi eccita parecchio». Così Forest Swords ha descritto in press release l’idea di rendere pubblico il suo numero di telefono e farsi contattare tramite Whatsapp. I circa 600 utenti (se ne aspettava 50 al massimo) che gli hanno scritto in chat hanno ricevuto in cambio alcune tracce del suo nuovo disco, Compassion. Poi in un’intervista a Dazed l’artista ha svelato che «emoticon e gifs possono essere più espressive delle parole».

Comunicare emozioni tramite il linguaggio di una musica strumentale, che solo a volte ospita voci, è dal 2010, anno di uscita dell’acclamato EP Dagger Paths, il marchio di fabbrica del producer e grafico britannico, Matthew Barnes. Nel suo primo album lungo, Engravings del 2012 aveva offerto un esotico viaggio tra le suggestioni della campagna inglese tramite un eterogeneo ma coerente mix di foschie trip-hop bristoliane, witch-house, post-rock cinematografico e atmosfere gotiche. E’ da lì che sono arrivate le varie collaborazioni (sonorizzazioni per il videogame Assassin’s Creed: Rogue, per il corto La Fête (est Finie) in collaborazione con Robert “3D” del Naja dei Massive Attack, per lo spettacolo di danza Shrine: Original Dance Score e per il primo film composto interamente da droni, In The Robot Skies, che ha debuttato al BFI London Film Festival) che hanno visto Barnes lontano dalla pubblicazione di un disco per ben cinque anni. Ma i vari progetti paralleli, ascoltando questo ritorno sulla scena, hanno solo giovato alla riuscita del prodotto finale. Se aggiungiamo i viaggi compiuti nell’ultimo periodo – come svelato nella presentazione del disco – e  lo sguardo aperto sulle contraddizioni della società odierna a diverse latitudini, possiamo comprendere il gioco di luci e ombre bristoliane nell’accostare fascinazioni etniche a fredde riflessioni sull’umanità.

Sì perché Compassion – il titolo è emblematico – pullula di umanità, cerca, nel periodo dei populismi, delle ondate migratorie (Border Margin Barrier) e degli scenari di guerra, un’empatia tra i popoli che non ha bisogno di parole. Semmai di trame sonore, sguardi che osservino una realtà in chiaroscuro. La comunicazione, non solo verbale, è un concetto essenziale alla base dell’album: «Quando puoi comunicare con le persone – ha spiegato in un’intervista a Fact  – hai la capacità di entrare in empatia con loro, avere quella profonda connessione. E’ ciò che ho cercato di esplorare con la musica, spesso puoi dire molto con le parti strumentali più di quanto tu possa fare con le parole e i testi che sono prescrittivi». Forest Swords opera sull’alternanza tra atmosfere claustrofobiche e tetre, e divagazioni etniche dal fascino ammaliante ma non totalmente rassicurante. Basta ascoltare Panic che, su ritmiche downtempo di scuola Ninja Tune (label su cui non a caso esce il disco), libera una psichedelica nenia orientale di flauti, xilofoni e vocalizzi, prima di far piombare la mente nel caos di freddi archi e spaventose voci effettate. O episodi come Vandalism The Highest Flood che, tra orchestrazioni, sussurri, synth vocali e riff di chitarra estatici e distorti, oscillano tra evasione ipnotica, calda sensibilità e oscuro presagio. In Raw Language ci si risveglia dal brutto sogno sulla fine dell’umanità con un dolce assolo di sax.

Il binomio digitale-analogico, chitarre post-rock e laptop, resta elemento cruciale nella fase di produzione, ma si carica maggiormente di componenti orchestrali (Arms Out), sia suonate che campionate, a creare ambienti maestosi, sci-fi e cinematici alla maniera di Kuedo (Border Margin Barrier, Sjurvival). Il percorso unico e dinamico di Barnes viaggia su ritmi percussivi e cadenzati tra downtempo e post-dubstep, synth levigati e spigolosi, cari a certa elettronica hi-tech (l’apertura War It, gli arpeggi di voci sintetiche in Exalter) e corde a volte rumorose, altre melodiche in stile Mogwai. E non mancano i tocchi di piano à la James Blake, ascoltati in Engravings, che accompagnano le divagazioni etniche nella conclusiva e cullante Knife Edge.

Personale e ricercato, Forest Swords firma un album che non è solo sperimentazione tra tendenze contemporanee e tradizioni elettroniche ma anche urgenza nell’esprimere sensazioni personali, letture concettuali e trasversali del presente. Tra cattivi presagi e cauto ottimismo.

5 maggio 2017
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