Recensioni

7.1

Pubblicato nel 2010 dall’americana Olde English Spelling Bee (e poi ristampato con l’aggiunta di bonus track e remix dalla londinese No Pain in Pop) l’eppì Dagger Paths aveva perfettamente colto lo zeitgeist del cambio decade. Da una parte, tutto un portato di hauntologie e witch-ismi, dall’altra un rimestare di step che potevano tanto esser ricondotti al prefisso dub (in particolare alla allora nascente scena post- con i suoi legami con l’r’n’b) quanto a tutta una cultura bristoliana di lungo corso fatta cinema noir, cadenze HH (leggi broken e breakbeat) e naturale attitudine al crossover che, nel caso di Matthew Barnes, si traducevano nella ripresa dell’indimenticata lezione di Pan American e indietro Labradford. Solo parlando del lato chitarristico e ambientale, infatti, nei solchi del britannico si scorgevano post-rock morriconiani, attitudine drone e non ultimo un certo gusto da american gothic fino alle porte di certi paganesimi Constellation; eppure il perno del discorso rimaneva saldo su una tradizione di dub esotico e cosmopolita, soltanto diluito secondo quelle sensibilità attuali (languidezze, presagi, sogni tediati) che se oggi risultano naturali parlando della Tri Angle (che ha fatto scuola) allora non parevano la più naturale e ovvia delle operazioni.

Engravings arriva a tre anni di distanza da Dagger Paths in orecchie già saturate dai vari Holy Other, Vessel (che si sono fatti il giro di moltissimi festival), oOoOO, Evian Christ e in seguito ad alcuni problemi all’apparato uditivo di Barnes. La sua sfida è naturale e proverbiale: trovare un viatico tra mode e personalità, imporre il gusto e tratto distintivo del suo autore, esprimere un’organitictà o un filo conduttore lungo la tracklist, magari introdurre un qualche tipo d’urgenza, d’intimo significato delle scelte operate. Il ragazzo di Wirral sceglie l’equilibrio confezionando un lavoro al laptop che vive (campiona, evoca) i suoni della sua terra e cresce con gli ascolti, un  grower che fin dall’opener new agey (Ljoss) alle ancora fresche esplorazioni sugli smalti soul (lo spettro di James Blake in An Hour) propone un variegato setting di fascinazioni etnico estetiche (Thor’s Stone) e di tipo cinematografico. Catturano senz’altro le tracce più particolari e laterali: la metafisica dubby del West con sample di vecchi film b/w effetto Tarzan di Irby Tremor o gli incastri di voci sulle texture classicheggianti al piano di Gathering, ad esempio, lasciano più freddini gli affreschi post-dubstep di The Weight Of Gold, o il lato velatamente pop (Anneka’s Battle) che comunque conquista i suoi gradi d’assuefazione. Sempre di sicuro impatto, infine, gli arpeggi e la spazialità à la Mark Nelson che sono un po’ ovunque.

Un album al quale sicuramente si chiedeva di più ma che, senz’altro, seduce e conquista sulla lunga distanza. Cocciuto Barnes, ha scelto d’approfondire le proprie tematiche senza badare a niente e nessuno e questo ha ripagato.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette