Recensioni

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Quale definizione migliore dare di questo quintetto del New Jersey se non quella di “college band”?. Nel senso più stretto, visto che si sono conosciuti all’università. Che poi è la stessa genesi di infiniti gruppi nella storia del rock, ma qui la dimensione naïf è più spiccata che mai. Il giovanilismo estremo del combo qui all’esordio sulla lunga distanza poggia sulla coppia Ava Trilling/Ben Guterl. La prima, vocalist e autrice dei testi; il secondo, chitarrista sulle brillanti trame del quale si fonda gran parte della cifra sonora, fresca e dai croccanti aromi pop-rock, degli statunitensi. A loro due, ideatori del progetto, si sono poi aggiunti gli altri tre elementi: basso, batteria e seconda chitarra. Registrato da Cameron Konner a Philadeplhia in soli cinque giorni, il disco esplora temi quali le relazioni, le scoperte e la sensazione di sentirsi alla deriva. Testi strazianti e intrisi di inquietudini post adolescenziali uniti a una verve da ventenni che però deve fare i conti con una certa – necessaria, benedetta – acerbità, specialmente in ambito tecnico.

Pathos, purezza, ingenuità, asprezza: caratteristiche che, pur con tutte le differenze, li accomunano a un’altra band nata a suo tempo sui banchi di scuola, gli U2, e a quel loro esordio – col senno di poi – epocale (Boy) che spargeva premesse e promesse ma su cui c’era parecchio da lavorare. Ecco, diciamo che parlando dei Forth Wanderers il riassunto potrebbe essere il medesimo. Lo stile musicale scarno e pulito rivela – oltre a energia, rabbia e urgenza – idee ancora solo abbozzate e una elementarità e limitatezza di risorse che, chissà, in futuro potrebbero rivelarsi buone basi su cui edificare solidi fabbricati. I presupposti ci sono tutti, a partire dal bagaglio di influenze prevalentemente Nineties che guarda tanto all’indie dei Built To Spill quanto agli incanti emo dei Weezer e allo slow-core di matrice Slint che si riflette, ad esempio, nel singolo di lancio Nervermine. Ovviamente non manca la propensione alla melodia e qualche sprazzo post-rock e strokesiano, tanto per sconfinare nel nuovo millennio senza per questo abbandonare l’afflato vintage dei rimandi.

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