Recensioni

È vero, l’ultimo disco della Michielin l’avevamo incensato senza grandi riserve. E in effetti anche riascoltato oggi, 2640 resta un discreto disco di pop italiano. Sicuramente quello che restituiva era una fotografia della sua autrice più a fuoco e più personale rispetto a questo nuovo lavoro, che ne costituisce quasi l’antitesi. Se infatti nell’album del 2018 non c’era nessuna collaborazione, qui il titolo è addirittura FEAT. 11 brani, altrettanti assist a ospiti esterni. L’idea alle spalle è chiaramente proseguire quel percorso di “indie-zzazione” che già si palesava tra le maglie del predecessore, per vendere il prodotto anche a chi non necessariamente era arrivato alla Michielin grazie a X-Factor.
Il risultato finale però stavolta si riduce ad un minestrone, di quelli liofilizzati in busta: calibrati a puntino e veloci da preparare, è vero, ma il sapore del verdurone vero lo vai a trovare da un’altra parte e ti devi sbattere un pochino di più. Si prova a infilare il piedino in praticamente tutte le scarpe possibili; prima c’è il calderone rap: c’è la ballata r&b con Fabri Fibra, un reggae surgelato con Gemitaiz e un gettone trap speso con Shiva. Poi arriva un bacino mandato anche all’hip hop indie più fighettino e pettinato, tra Coma Cose e Carl Brave, e si prova anche con un certo cantautorato: Max Gazzé compare in una roba imbarazzante, da ukulele in spiaggia senza pudore e che sembra rubata a quell’altro pezzo altrettanto odioso; addirittura si sceglie saggiamente di cantare in francese sperando di confondere l’ascoltatore, nascondendo così la pochezza del testo. Poi c’è Giorgio Poi, che canta «se guardi bene c’è un filo sottile / il profilo del mare», e vabbè. L’ambita coppa di episodio peggiore la vincono però i Maneskin, che nell’anno della Reunion riesumano giustamente i Rage Against the Machine con solo 30 anni di ritardo, confezionando un inno (nelle intenzioni) femminista fino al midollo. Invece (nella realtà) rimane in testa solo un immortale «usate il nostro seno ovunque / una cosa normale / ma se allattiamo in pubblico / “non si fa, è immorale”».
Insomma, quello che rimane è una Michielin a personalità zero, prestata ora di qua e ora di là senza soluzione di continuità, per piacere a tutti e provare a finire in più playlist di Spotify possibili. Quando si dice meglio sole che mal consigliate.
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