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7.2

Spero di non mancare di rispetto a nessuno se affermo che i Baustelle – anno dopo anno, disco dopo disco – mi sono sembrati un abito sempre più stretto indosso al leader. O, meglio, più che un abito una sua estensione, la manifestazione di lui in forma di band. Tenuto conto inoltre che nel frattempo si è affermato come autore per interpreti di primo piano della scena pop nazional(popolar)e, un po’ sorprende che solo oggi, alle soglie dei cinquant’anni, Francesco Bianconi sia arrivato all’esordio da solista. Presumo tuttavia che non saranno mancati validi motivi per giustificare il ritardo. Gli stessi, suppongo, che potrebbero spiegare la scelta di collocare questo Forever in una posizione così defilata rispetto alla calligrafia Baustelle, prediligendo una forma cameristica dal taglio austero, tanto lineare negli arrangiamenti (il quartetto d’archi – The Balanescu Quartet – e il pianoforte sono il sostrato e la spina dorsale di tutti i dieci pezzi) quanto ricercato, per il quale Bianconi ha dichiarato d’essersi ispirato a Desertshore di Nico e ai lieder romantici di Schubert e Debussy (si faccia però attenzione ai lievi ma decisivi inserti sintetici e ai sample, che sbalzano alcune canzoni in una dimensione post-moderna niente male). 

Mi azzardo a ipotizzare uno dei possibili suddetti motivi: il bisogno di strappare spazio e tempo alla “fiera delle atrocità”, di far accadere queste dieci canzoni all’interno di una dimensione teatrale impenetrabile, così da proteggere la messinscena – e un po’, massì, anche la vita – in una bolla esteticamente autosufficiente (non a caso è più o meno questo l’argomento di Andante). C’è da dire che lungo la discografia dei Baustelle ci siamo imbattuti in tante di quelle sfaccettature che nessun azzardo stilistico dovrebbe stupirci più di tanto, ma è pur vero che neanche il morriconiano Fantasma si era allontanato così tanto dai lidi del pop-rock. 

Parliamo di una scaletta del tutto priva di batteria, con appena un paio di comparsate di chitarra, corroborata da dosi misurate di tastiere (mellotron, harmonium, moog, Prophet, Korg…) e fiati (provvede Enrico Gabrielli), nella quale il consueto stile di Bianconi (una lucidità malmostosa e a tratti beffarda, un romanticismo cinico che flirta con la più aspra franchezza) fermenta come se avesse azzeccato l‘habitat congeniale. Le trame sono emotivamente composte, sospese su un distacco che in mancanza di termini più adeguati definirei “classico” ma che – ed è questa la sua forza – precipita spesso e volentieri sulla terra, fronteggiando questioni sanguigne quando non carnali, come la invero bella Certi Uomini, circa la quale è piuttosto automatico pensare al Battiato nel guado tra L’animale e Come un cammello in una grondaia, anche se il motivo del pianoforte mi suggerisce un’influenza, come dire, omeopatica di La sposa occidentale di Battisti. (Nota a margine: sarebbe un peccato se il potenziale radiofonico venisse compromesso dall’utilizzo – tutt’altro che gratuito – del termine “fica” nel ritornello, ma del resto viviamo in tempi solo apparentemente trasgressivi e anzi dediti a uno strisciante neo-bacchettonismo).

A livello tematico la mezza età si agita sullo sfondo come uno spettro e uno scenario, stabilisce un codice di bilanci e illuminazioni un po’ come succede negli ultimi lavori dei neanche troppo coetanei Brunori (suo il mediocre CIP!) e Cristiano Godano (autore del buon Mi ero perso il cuore). Rispetto a questi, Bianconi fa valere un’estetica più evoluta ed elusiva, che gli consente di disimpegnarsi col tema della morte nell’accorata L’Abisso o governare derive simboliche nell’abbacinata Zuma Beach (con quelle allusioni a “un mare per esperti” dove il cantante non esita a tuffarsi, proprio come in certe escursioni musicali tutt’altro che scontate o in speculazioni filosofiche avventurose), senza concedere granché ai tipici compiacimenti crepuscolari di chi avverte i prodromi della senescenza, ciò che gli permette di esaltare i minimi termini esistenziali (Il bene) e sensuali (Certi uomini) come antidoti alla vanità della ricerca, del rovello interiore sul fronte dei massimi sistemi.

Ma parlando di Bianconi non possiamo dribblare così a gratis il tema del compiacimento: questa dimensione e queste forme musicali le indossa infatti con la stessa affilata naturalezza di quegli abiti Gucci, con quella tipica ostentazione sgualcita che flirta sistematicamente con l’indifferenza e traccia così un vero e proprio perimetro poetico. Simile in ciò al “compagno di maison” Achille Lauro, rispetto al quale però sembra tenere bene a mente quanto l’abito debba essere sottile per fare un monaco di sostanza (ammesso che la sostanza ci sia – e nel caso di Bianconi c’è). A tal proposito, il cantautore toscano pare insistere soprattutto su un aspetto: l’enfasi sulla posa – ravvisabile anche in quel canto sempre così artefatto, come scolpito in un distacco sdegnoso – non preclude la cognizione del dolore, anzi, al contrario ti convince che è proprio grazie all’angolazione da poseur che riesce a intercettarne le frequenze più profonde e oblique, grazie cioè a quel suo alzare la testa da dandy riluttante e sgraziato sopra le correnti della consuetudine, nel piuttosto disperato tentativo di chiamarsi fuori dal cerchio delle mediocrità.

Detto questo, il gioco sta in piedi proprio perché Bianconi, piaccia o non piaccia, è in possesso del segreto per ricavare intensità sconcertante da intuizioni semplici e banali (si veda come riesca a spremere tormento dal tormentone in questa rilettura di Playa, hit firmato Baby K) così come di ambientare svolte armoniche complesse dentro schemi lineari (o persino – di nuovo – banali). Capita così di dover digerire sensazioni abbastanza contraddittorie quando assieme al Nostro sfilano in passerella Rufus Wainwright (nel fascino blasé di Andante), Eleanor Friedberger (nella sinuosa ma irrisolta The Strength), Kazu Makino (in quella Go! attraversata da una cruda febbricola wave) e Hindi Zahra (nel mantice esotico di Faika Llil Wnhar): ebbene sì, siamo allo spettacolo d’arte varia, perché ogni canzone è un teatrino (Paolo Conte docet) e nel caso specifico un piccolo grande dramma che si sconta fingendo. Bianconi è il soggetto, il personaggio, l’autore e l’attore inchiodato sul palco dai fasci di luce convergenti, sotto la vampa dei quali si disintegra e riemerge continuamente (come sulla spiaggia icastica di Zuma Beach).  

L’artificio si chiude quindi con la title track, una sigla giustamente strumentale (tra archi, mini moog e Hohner Pianet invita a spendere finalmente l’aggettivo “cinematico”) che mentre suggerisce l’inutilità delle parole (cantate) ne sottolinea la struggente gravità, il peso del danno compiuto e sul punto di compiersi. Quello stesso raccontato – con la precisione furtiva di un Simenon – nel sottofinale sgomento di Assassino Dilettante, tragedia di un odio ridicolo e ahinoi collettivo annidato nella strisciante condanna del quotidiano. 

Questo disco, insomma, ha tutta l’aria di una ferita dolorosa e infetta malgrado gli strati di compostezza che la ricoprono come un unguento assieme cosmetico, ipnotico e lenitivo. Un’ultima ipotesi: forse il motivo principale per cui Bianconi ci ha messo così tanto tempo a esporsi come solista è che i Baustelle gli davano la possibilità di agire sotto copertura, di proteggersi dal se stesso che non fa sconti a se stesso. E adesso, cosa (gli) accadrà?

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