Recensioni

7.0

Una cosa di questo Torneremo ancora so, di un’altra non ho certezza. Ciò che so è che mi commuove. Quel tipo di commozione, sapete, che ti fa sparire i pensieri e le parole dalla testa, t’inchioda al momento. Quel momento in cui il sentire invade il campo dell’ascoltare, confonde i contorni delle emozioni, ti possiede, ti domina. La cosa di cui invece non ho certezza è se questo disco abbia un senso. E quale sia, questo senso. Qui, a questo bivio, mi blocco.

Torneremo ancora contiene una traccia inedita (la title track, così solenne e crepuscolare, umanissima nel suo radiografare il momento storico restando in bilico tra etica e assoluto), mentre le altre sono state registrate durante le prove del tour del 2017 assieme alla Royal Philarmonic Concert Orchestra, meno L’era del cinghiale bianco, che è stata ripresa da un live (l’unica in cui si avverte la presenza di un pubblico, non a caso posta in chiusura). Gli arrangiamenti e l’accompagnamento orchestrale sono allo stesso tempo superbi e misurati. Il piano riveste il ruolo di puntigliosa luce guida per la voce di Battiato, mai tanto incerta, stanca, precaria. Il fatto che si tratti di prove non giustifica – non spiega – queste difficoltà. È evidente come in questi pezzi il Maestro stesse cercando di venire a patti con dei limiti che ne pregiudicavano l’interpretazione.

Detto questo, ripeto, è un disco che mi emoziona. Ma non so come giudicarlo, questo mio emozionarmi. Dovendo ridurre la questione all’aspetto che ritengo cruciale, sintetizzerei il tutto con una domanda: Battiato ha approvato o no l’uscita di Torneremo ancora così com’è? Se la risposta fosse negativa, ogni giudizio su questo disco varrebbe meno di quello che si porrebbe come il problema principale, ovvero che il Maestro siciliano non avrebbe il controllo sulle proprie scelte artistiche, probabilmente a causa di gravi problemi di salute. Va da sé che in tal caso questo “ultimo disco” di Battiato sarebbe un’operazione puramente speculativa, assolutamente inopportuna e persino sgradevole. Si tratterebbe cioè di uno sbirciare nell’osceno – in senso etimologico – per sfruttare l’attenzione morbosa nei confronti di un’assenza tanto prolungata e (parzialmente) misteriosa. L’altra opzione, ovvero che Battiato abbia in piena consapevolezza approvato l’uscita di Torneremo ancora, cambierebbe drasticamente di segno ai termini della questione.

Uno degli aspetti fondamentali di questo disco è stato riassunto ottimamente da Fabio Cinti in un post su Facebook: «Battiato è un cantante rigoroso, nelle sue canzoni non ci sono note non pensate, (…) le melodie sono perfettamente trascrivibili e insostituibili. (…) Battiato ha costruito sempre tutto alla perfezione, utilizzando quel rigore formale tipico della musica classica, applicato alla musica leggera, per cercare e trovare un linguaggio emotivo fortissimo, evocativo e spiccatamente originale. Qui, in questo che è stato dichiarato l’ultimo album, io non sento più, nella sua interpretazione, niente di tutto questo». Cinti conosce come pochi Battiato, una comprensione artistica che mi sembra estendersi in molti modi anche al lato umano. Questo suo giudizio, che so essere molto sofferto, è del tutto condivisibile. Tuttavia, un disco come Torneremo ancora – così imperfetto, “falloso” – se voluto da Battiato stesso, da un Battiato pienamente consapevole dell’operazione, assumerebbe un significato profondo, di bilancio esistenziale e spirituale applicato, anzi sovrapposto, a quello espressivo. E accadrebbe proprio alla luce della lancinante incongruenza con il precedente repertorio.

Sarebbe come se di quelle canzoni così cesellate, intense ed equilibrate nella loro versione originale, Battiato volesse indicarci la loro e nostra impermanenza (centro di gravità e tutto), il loro danzare su spine dorsali destinate a piegarsi e cedere al dominio del tempo, sullo sfondo di una finitezza che tutto divora ma da cui – col loro cercare comunque bellezza, fin negli aspetti più leggeri del vivere – distillano un senso puro, prezioso, invincibile. Il Battiato che barcolla con passione riuscendo a stento a tenere in piedi la celebre magia di pezzi come E ti vengo a cercare, I treni di Tozeur, L’animale o Prospettiva Nevsky, non è il solito Battiato, anzi non è Battiato, ma una sua versione improvvisamente umana e (quindi) precaria, che insiste pur in condizioni difficili ad opporre intelligenza, tensione spirituale e – appunto – passione al più naturale dei destini, alla più ovvia e viva delle sconfitte. Tutto ciò a mio avviso vale in particolare per un brano.

Qualche tempo fa, ascoltando Powderfinger di Neil Young nella versione acustica contenuta in Hitchicker (un “lost album” acustico pubblicato nel 2017), mi è sembrato di avere capito davvero quella canzone, i suoi aspetti e risvolti che nella nota versione elettrica di Rust Never Sleeps (uscito nel giugno 1979) non affioravano con altrettanta evidenza. La stessa cosa mi è accaduta ascoltando La cura contenuta in Torneremo ancora. È un pezzo stranoto il cui uso e abuso – favorito dall’indubbia bellezza ma anche, a mio avviso, da un arrangiamento fin troppo accomodante – ha finito per depotenziarne alle mie orecchie la forza. Ma la versione presente in questo disco mi ha lasciato senza fiato e continua a farlo, ascolto dopo ascolto: gli archi confezionano un “ambiente” malinconico e grave tuttavia accorto, trattenuto, nel quale il canto di Battiato – con la sua vulnerabilità scoperta, la fierezza esausta come dopo un lungo e logorante percorso – assume l’aspetto di un’invocazione terminale, capace di rendere l’amore – un amore che da umano si inerpica onirico e cosmico fino al trascendente – l’ultimo approdo, il motore, la destinazione e il motivo del procedere, la luce che rende possibile il gioco d’ombre della vita.

Chissà se prima o poi verranno dissolti i dubbi riguardo alle intenzioni e alla consapevolezza di Battiato nei confronti di questa operazione. Sinceramente, anche se la verità potrebbe rivelarsi poco piacevole, me lo auguro. In ogni caso, e pur nella peggiore delle ipotesi, questo disco avrà lasciato un segno. Lo avrà fatto al di là delle intenzioni di chi ne ha reso possibile la pubblicazione. La musica che più amo fa spesso di queste cose: ha uno strano e tortuoso modo di arrivare fin dove non si può mai del tutto pianificare.

P.S.: in questo caso il voto – che sono tenuto a esprimere – è quanto mai aleatorio

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