Recensioni

7

La title track di questo Spazio 1918, disco a firma Bruno Dorella (Ronin, Bachi da pietra), Francesco Giampaoli (Sacri Cuori) e Stefano Ghittoni (The Dining Rooms), è una sorta di rivisitazione di certe atmosfere à la Twin Peaks: walking bass, spazzole, note di vibrafono e una chitarra elettrica spigolosa che spunta da dietro l’angolo a regalare al tutto la patente di esperimento da laboratorio strambo ma fondamentalmente riuscito. Lo stesso giudizio lo riserviamo a un album che anche in altri frangenti non ha paura di osare, come ad esempio in una Retrophuturo che suona come se i Cornershop avessero intinto il groove e il breakbeat nei toni caldi del trip-hop, o una Audrey’s Blues che somma un ritmo quasi hip hop (alla maniera degli A Tribe Called Quest, per intenderci) a percussioni e a un’indole fondamentalmente jazz.

Frammenti di un lavoro che non rinuncia a certe atmosfere un po’ exotica, all’elettronica analogica e ai synth (X-Rated) e nemmeno a una psichedelia desertica e un po’ anni Sessanta (Spirit), e che i tre hanno assemblato in circa due anni di attività insieme. Alla base c’è un’ottima sintesi di idee diverse ma compatibili (i samples di Ghittoni, la sei corde di Dorella, il suono e il jazz di Giampaoli) che in qualche caso sembra un collage variopinto di dettagli sonori, come dimostra una Astro Blue in bilico tra Africa, secchezze formali, Calibro 35 e soundtrack immaginarie. Otto brani strumentali (a parte Spirit) e tre “Interferenze” che suonano creative senza stravolgere nessun canone stilistico, ben veicolando quell’idea di rétro-futurismo alla base del concept e del bel progetto grafico del disco.

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