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7.2

Mi pare significativo che nella cartella stampa di presentazione di questo nuovo, decimo (o undicesimo, se si considera anche In Love, frutto della collaborazione coi Mosquitos) album da solista di Giancarlo Frigieri, si tenga a precisare: «non è un disco nato durante i lockdown». Lo si può dire solo di una canzone infatti, la conclusiva Canto, mentre le altre sono state composte prima del fatidico febbraio 2020 e nel periodo di tregua tra la prima e la seconda ondata.

Perché, appunto, questa precisazione? Forse per evitare che un album così, inciso in perfetta solitudine (tolta la pedal steel di Marco Parmiggiani ospite in Trasparente), col suo senso di intimità pneumatica, di confronto coi propri fantasmi, di close-up su voce, corde e armonica, di – in una parola – isolamento, rimandi fin troppo alle modalità espressive (ed esistenziali) della quarantena? Certo, se così fosse sarebbe comprensibile volerlo evitare, voler sottrarsi alla dittatura emotiva del lockdown. Soprattutto se i motivi, ovvero le motivazioni, fossero davvero altre. 

Dopo che poco più di un anno fa – era il settembre del 2019 – ha visto la luce il buon I ferri del mestiere, a occhio e croce il lavoro più elettrico di Frigieri, trovarsi oggi di fronte a questa implosione, a questo smorzare i volumi e asciugare le forme, fa pensare a qualcosa in più che a una fisiologica alternanza stilistica, di quelle per intendersi che per un Neil Young rappresentano la cadenza standard. No: qui sembra un vero e proprio bisogno di ripensarsi, di tirare somme e piantare paletti, circostanze che capitano a un certo punto della carriera (e della vita) ma su cui magari i tempi che corrono in qualche modo devono aver pesato. Sia come sia, è netta la sensazione di un turning point: Frigieri non sarà d’accordo, ma questo Sant’Elena – nome che evoca isolamento per antonomasia – potrebbe rappresentare il Nebraska in cui prima o poi doveva precipitare. 

Se al cuore delle sue canzoni c’è sempre stato un conflitto – esplicito o latente – tra aspirazioni e possibilità, tra desiderio e geografia, che spesso ha assunto la forma di una malinconia esausta, in questa veste così nuda e raccolta quel cuore si accende come una lampadina nel buio. In altre parole, i temi sono quelli di sempre, però le difese non sono mai state tanto abbassate, come già dimostra il pezzo che apre la scaletta, non a caso la title-track: è un folk dal passo denso e rappreso, quasi un’astrazione blues che sembra delimitare il perimetro della solitudine, lo spazio chiuso alla fine del «supremo disfacimento di ogni nostra visione», laddove a farci compagnia non resta che la consapevolezza d’essere «consegnati nell’anima e pronti ad arrenderci qui». A parte che è un gran pezzo, sembra obbedire principalmente a una funzione, quella cioè di regolare le luci della scena che tali rimarranno per tutto lo spettacolo, un po’ come fa Drive in apertura di Automatic For The People, per intendersi. 

I restanti quindici pezzi “accadono” inevitabilmente in questa stessa dimensione, pur variando intensità e tono, concedendosi ora fingerpicking cristallino (Franco Destino) e poi blues inverecondi (Cagiva), passando da ugge sabbiose (41042) e sospese (La linea), calligrafie di abbandono (La curva del risentimento) e rancore (Otto giorni), le coordinate sperse nel fatidico scorcio d’immaginario che un tempo avremmo detto “fra la Via Emilia e il West” (vedi soprattutto L’onesto spettatore o Un’altra settimana). Tanto per chiarire, nel cantautorato di Frigieri il testo gioca un ruolo primario (ne ha motivo, visto che lo fa ad alti livelli) però senza soffocare l’aspetto musicale che non è mai solo colore ma battito della narrazione, sostanza di un racconto le cui parole suonano sempre ben incastrate tra le corde della chitarra. Se è quindi lecito percepire i lasciti di un Guccini, di un Lolli o addirittura di un Pietrangeli (tolta la militanza soffocante), mi pare che sia altrettanto corretto citare influenze d’oltreoceano quali – in particolare per questo disco – la morbidezza laconica di certo Fred Neil, un James Taylor dopo una botta di disillusione, o persino il Beck più dimesso (palpabile nella già citata Canto).

A dispetto della sua programmatica inattualità (casomai al concetto di attualità volessimo ancora attribuire senso, nell’epoca della disponibilità di tutto lo scibile), è un disco che si accoccola fin nel cuore del presente, lo abita e si fa abitare assai bene, proprio perché armonico alla necessità di spazi, dimensioni e superfici su cui proiettare la consapevolezza dei nuovi limiti, il disagio di sé nel tempo dissestato che ci troviamo a vivere. È un disco intenso e vivo di cui si sente il bisogno perché Frigieri per primo lo ha sentito, quando ha capito di doverlo fare.   

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