• Nov
    10
    2017

Classic

Concord

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Ed era passato un anno appena dall’album che aveva fatto dei R.E.M una delle rock band più popolari da un lato all’altro del pianeta: Out of Time. Invece di andare in tour ecco che i georgiani pensano al seguito e si mettono al lavoro senza davvero mettere piede su un palco. E non tanto per battere il ferro del successo, al contrario. Per la prima volta fanno un passo indietro con le vendite. Poco importa a loro, perché in fondo si attestano sempre su cifre milionarie, e importa ancora meno agli estimatori della band: in molti votano per Automatic for the People alla voce disco preferito, l’album che ha più chance di staccare gli altri in una produzione che per qualità è sempre stata piuttosto (e anche molto) generosa. Nessuna mossa speculativa quindi, che del resto nessuno, conoscendo la band, si sarebbe aspettato, e al suo posto una gestazione anomala, che ha fatto dire a Bill Berry in una vecchia intervista, con una curiosa metafora, che questo successore del loro multiplatino è stato «un uccello e poi un topo, un cane, un caterpillar», prima di diventare quello che era ed è. Con un feeling locale – il titolo è rubato dallo slogan di un ristoratore di Athens – ma registrato un po’ in giro per gli States, New Orleans, Woodstock, Miami, e una puntata all’estremo Nord, a Seattle, capitale del new rock USA. Doveva essere un album elettrico e aggressivo, quello che sarà due anni dopo Monster; è invece pacato e intimo, solo in Ignoreland si accende di rabbia echeggiando il sound potente di Document.

Va un po’ in controtendenza con tutto. Nell’anno in cui il rock ritorna con prepotenza e urla drammaticamente la sua rabbia con una rumorosa new generation, i R.E.M. gli dedicano un’elegia tutta chitarra acustica, mandolini, violoncelli, in cui gli arpeggi byrdsiani della chitarra di Peter Buck suonano come rintocchi a lutto. Criptica, come sanno essere solo i testi e il canto di Stipe, Drive. Baby, rock and roll, vi siete persi nella boscaglia (bushwacked: qualsiasi riferimento a un certo presidente sarà casualmente voluto). Ed è proprio un senso crepuscolare che si respira nei testi, un senso della tragedia imminente, in ballate come Try Not to Breathe che raccontano l’agonia, e nell’accorato valzer soul di Everybody Hurts con cui si vorrebbe esorcizzare il male di vivere della generazione X, dei ragazzi appena più giovani che gridano la loro disperazione con le chitarre a palla. Il pezzo più pop, The Sidewinder Sleeps Tonite – un po’ tanto Wimoweh – sembra arrovellarsi in immagini troppo strane e contorte per farne una pop song ’92 da spendere per le superclassifiche. Nel 1988 Stipe si era impegnato in prima persona per la campagna elettorale di Michael Dukakis, candidato democratico poi sconfitto da Bush senior; ma Green era a confronto un disco più positivo di questo, che esce mentre l’America si appresta finalmente a voltare pagina portando alla casa bianca Bill Clinton dopo dodici anni buttati tra reaganomics e busherie varie.

In controtendenza sonora rispetto al boom grunge che sembra aprire un nuovo decennio con uno scoppio salutare (illusione! durerà poco), Stipe, Buck, Mills, Berry cantano la waste land (del rock) dei loro tempi, le macerie dell’era Reagan, Bush, l’AIDS, e l’angoscia del diventare adulti una volta che si è passata la fase della teenage angst indipendente. Out of Time non è che non abbia lasciato una scia, anzi. Lo spostamento dell’asse del suono remiano da chitarra, batteria, basso ai nuovi inserti di tastiere, archi, qualche volta anche fiati, il banjo di Monty Got a Raw Deal, l’armonium di Sweetness Follows, è insomma una delle premesse di questo disco di una bellezza paradossale eppure intoccabile come quella del sound rock, ma da camera e in bianco e nero. Una fotografia musicale che nei toni è a metà strada tra l’aria dimessa da film di Jim Jarmush e le stilosissime immagini di Anton Corbijn, di un understatement sotto sotto raffinato, come gli arrangiamenti per archi curati da John Paul Jones, esemplari per ricchezza ma anche senso della misura, che se no avrebbero rotto facilmente quel filo teso di emozioni gonfiando le trame oltre il lecito. Altro elemento di continuità con il disco della consacrazione mainstream sta nel fatto che un paio di melodie vengono proprio da lì. Nightswimming raffina il refrain di Radio Song e il motivo di Half A World Away e li incastra nell’armonia, nella progressione di accordi perfetta, al pianoforte, che potrebbe girare all’infinito tanto è in grazia d’iddio (il cerchio perfetto, perfect circle, come cantava il dottor Stipe ai tempi di Murmur).

Immersi nel loro rock intimista – per chiudere con due perle di folk-pop elegiaco chiamate Man on the Moon e Find the River – su cui spira un’aria da music from the big pink e insieme da gotico americano, i georgiani riescono a travalicare i tempi e dipingerne un affresco che potrebbe valere per qualunque epoca (Ignoreland è perfetta per gli anni di Trump… tanto per dire eh). Un disco, questo sì, out of time, il miglior lavoro R.E.M. anni ’90 (più del sì rabbioso ed elettrico Monster, anche se insidiato dal sottovalutato New Adventures in Hi-Fi che per essere un lavoro arrivato “tardi” è di quelli da incorniciare), e forse dei R.E.M. in assoluto.

Per il venticinquesimo la ricca riedizione abbonda in demo e propone l’unico concerto suonato dalla band nel 1992, al 40 Watt Club di Athens. Giocato in casa. Per i più fortunati o spendaccioni, c’è una novità assoluta: il Blu-Ray contiene l’avanguardistico mix in Dolby Atmos (primo album musicale ad avvalersi del nuovo sistema surround). Non per far esplodere le casse ma per entrare in una sintonia ancora più intima con i meandri emozionali di questo (capo?)lavoro. Almeno questa dovrebbe essere l’idea con un disco del genere.

19 Dicembre 2017
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album

R.E.M.

Automatic for the People. 25th Anniversary Edition

artista

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