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4.9

Pubblicato in file, CD e vinile doppio da RCA su distribuzione Sony, Déjà Vu è il diciassettesimo album del Giovanni Giorgio per brevità chiamato Moroder, il produttore che a metà anni Settanta ha forgiato il suono della disco prima e della electro poi. Dalla gavetta rock’n’roll nei locali della nativa Ortisei, in Val Gardena (e che ritroviamo in salsa psych nell’acerbo primo album, datato 1969, tutto ingessate cover US), alla collaborazione stellata con Donna Summer, su su su fino alla definizione del suono high-energy della Munich Machine (lo stuolo di synth impiegati nel suo covo austriaco), la musica di Giorgio si è fatta internazionale nonostante – o forse proprio grazie a – una insopprimibile, prominente sensibilità melodica, che poi è quella che ha fatto appiccicare dappertutto, anche a sproposito, l’etichetta “italo”. Premiato autore di musiche per il cinema (colonne sonore e risonorizzazioni, come quella assai controversa per il Metropolis di Fritz Lang), idolatrato da produttori e crate digger di tutto il mondo, Moroder, da anni di stanza a L.A. e ricco sfondato, è stato definitivamente monumentalizzato dai Daft Punk in Random Access Memories, il loro concept sul rapporto tempo/musica, nonché il manifesto ultimo – in tutti i sensi – della corrente retromaniaca. È a seguito di questo exploit che il Nostro è tornato in pista come Dj (“sono il più vecchio di sempre”) e, da ultimo, anche come produttore: affamato, a suo dire, di novità, collaborazioni, esperienze.

A gennaio è uscito come singolo il pezzo con Kylie Minogue (Right Here, Right Now, intro a suon di deformazioni vocali che oggi chiamiamo daftpunkiane e poi le sperticatezze distintive dell’australiana), ad aprile la title track con Sia (commovente nel suo maquillage quasi da cover band degli Abba) e già a novembre del 2014 era venuto fuori lo snippet di 74 is the new 24, titolo programmatico che avrebbe dovuto essere del disco tutto, e che comunque è il manifesto di questo ritorno (l’LP precedente, con la voce di Philip Oakey e la direzione musicale dello zappiano Arthur Barrow, risaliva al 1985). 74 is the new 24, remake del Giorgio’s Theme già pubblicato per Adult Swim, è anche l’unico brano in cui la famigerata Munich Machine moroderiana si riaffaccia vangelisianissima e prepotente, introdotta da un crescendo di rullante alla Thousand di Moby, orgia di synth a disegnare un motivetto superkitsch (laddove il tema manteneva invece una superba eleganza di profilo). Ecco, su quel “kitsch” si accendono i neon, e allora alcune note di colore riescono forse a dare il polso della cosa meglio di tante parole.

Ascoltando su Spotify, a un certo punto sentiamo un passaggio più brillante degli altri e ci viene da pensare “Dai, carino”: ma è la pubblicità di un altro album. Parimenti, per converso, quasi non ci accorgiamo che è partito lo stacco che promuove una “Fitness Music playlist”, peraltro marchiata Sony. Questo per dire che tra kitsch, suoni kleenex o semplicemente fuori tempo massimo, l’atmosfera che si respira lungo i dodici brani è a metà tra lo spot Vodafone (clamorosa in questo senso l’iniziale 4 U with Love), diciamo una versione scipita di Avicii, e lo scenario a-pop-calittico suggerito nella chiusa della stroncatura di Pitchfork. C’è qui dentro davvero un pantheon di dee pop cui Moroder si è limitato a offrire una blanda musica da sottofondo: ce le immaginiamo pensionate, dimenticate da tutti, costrette a cedere il proprio imprint a una altrimenti genericissima EDM (altro che signature sound). Le canzoni sono infatti piuttosto average, questione di songwriting, ma è proprio la produzione la parte peggiore della faccenda, cosicché, stringendo stringendo, del disco – tra strisciante plagiarismo, ammiccamenti di vario tipo (a partire dalle strizzate d’occhio dei titoli) e, più semplicemente, rifacimenti veri e propri – si salva poco, giusto qualche momento: la cover del capolavoro a cappella di Suzanne Vega rifatta da Britney (Tom’s Diner), il pathos disco di Foxes (Wildstar), le schitarratine funky nilerodgersiane della conclusiva La Disco.

Con qualche momento di buon instant pop da classifica, tanto kitschume, tanta banalità, soprattutto tanto goffo adeguamento alla contemporaneità più club fast food, Giorgio è tornato, ma nel voler suonare giovane suona vecchissimo. A cavallo tra trasparenza completa e irritante caricatura.

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