Recensioni

6.3

Da Fa niente sono passati poco più di due anni, ma Giorgio Poi non è mai veramente sparito dalla scena musicale. Già all’indomani del successo discografico di quel disco arrivarono due b-side (Il tuo vestito bianco e Semmai) diffuse in streaming e incluse nella versione vinilica della buona prova d’esordio. Il 2018 lo ha visto collaborare con Frah Quintale nel brano Missili, con cui ha duettato anche all’ultima edizione del MI AMI Festival, a Milano. Sempre nel capoluogo lombardo è proseguito il sensazionale tour franco/americano come opener dei Phoenix, di cui cura la versione italiana del brano Lovelife, e la firma sul brano Prima di partire per Sputnik di Luca Carboni. Si era quindi creata una certa attesa attorno al secondo affondo discografico del cantautore di Novara, rinato artisticamente dopo anni passati a Londra e immerso in vari progetti di natura transnazionale. Tuttavia, vista anche la mole di impegni affrontati, ci si chiedeva anche se il nuovo lavoro non avrebbe risentito di un certo affaticamento, del tutto giustificabile peraltro. Se Vinavil serviva a tracciare qualche linea guida, i successivi La musica italiana (in collaborazione e perfino duetto) con Calcutta e Stella mostravano i segni di una stanchezza evidente o, peggio, una voglia comoda di cavalcare l’onda lunga del successo dell’itpop – acuito dai continui e ripetuti sold out negli stadi di Edoardo D’Erme, simbolo contemporaneo di un cantautorato leggero e iper-citaizonista, che si prende meno seriamente di quanto non faccia il suo pubblico.

Fortunatamente è l’uscita del disco nella sua interezza a rincuorarci da questi primi, colpevoli pregiudizi. Smog è esattamente come il suo stesso autore lo descrive: «Un primo secondo disco» per capire in che direzione muoversi in futuro. Non ci troviamo, dunque, davanti a rivoluzioni sonore o cambi di registro, bensì ci si inserisce abbastanza presto sulla scia del predecessore, tanto che potremmo – bertoluccianamente – considerare questo come una sorta di Fa niente – Atto II, dove stilemi e passaggi sonori vengono intensificati da un tappeto di synth chiaramente più ricco e meno cameretta style. I temi sono riproposti con gusto, rispolverando la tradizione tipicamente italiana per la costruzione della forma-canzone, pescando a piene mani ancora – sopratutto e in maniera sacrosanta – dal catalogo più spensierato della ditta Battisti-Mogol (con Non mi piace viaggiare inserita lì in apertura a mo’ di negativo della parente alla lontana Sì, viaggiare), da una modulazione vocale che rimanda al lessico forbito e ricco di metafore di un Dente, piuttosto che alle pretestuosità da canzoniere di un’altra sponda dell’itpop (Ex-Otago, Canova).

Riflessioni mai davvero banali, come a suggerire l’esistenza di una leggerezza imprigionata anche negli attimi più intrisi di malinconia, e una predilezione per i piccoli momenti quotidiani che già avevano condito le parti migliori di Fa niente. In Smog si respira proprio la fumosità leggera e tangibile di un pop italiano che tra i Settanta e gli Ottanta bruciava ardentemente – dal già citato Battisti, ai fasti del primo Vasco Rossi, Dalla, Stadio, Carboni e perfino Venditti (Vinavil) – e qui riproposto con aria scanzonata e fare divertito. Perfino la più radiofonica Stella acquisisce una dimensione maggiore in quest’ottica, spianando la strada a brani ben più riusciti come Ruga fantasma, Napoleone e Maionese. Forse è proprio per il semplice fatto che i modi e i tempi di fruizione musicali sono così drasticamente cambiati da quei “bei tempi andati”, che non riusciremo mai a contestualizzare perfettamente questo fenomeno italiano (chiamatelo itpop, scena romana, come vi pare); fortuna che il signor Poi ne è perfettamente consapevole («Quanto dura una novità?», si chiede nell’incipit di Napoleone), così come dei propri mezzi espressivi, e a noi non resta che attendere già impazienti la sterzata del terzo lavoro, visto che tutte le carte hanno già trovato la loro sistemazione in tavola.

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