Recensioni

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Ogni volta che si parla di un disco di Giovanni Ferrario si finisce sempre col citare la biografia dell’artista. Del resto sono pochi i musicisti italiani che possono vantare un tale bagaglio di esperienze e collaborazioni a tutti i livelli (da John Parish a PJ Harvey, passando per Hugo Race, Cristina Donà, Rachele Bastreghi, Rokia Traorè, e in mezzo una miriade di produzioni artistiche per altri), come pochi sono quelli che dopo trent’anni di musica riescono ad essere ancora significativi. Il Nostro era dall’Headquarter Delirium del 2008 che non usciva su disco per conto proprio – anche se la “alliance” della ragione sociale nasconde in realtà vari collaboratori, tra cui Beppe Mondini, Fabio Rondanini, Stefano Pini, Andrea Faccioli, Giacomo Papetti e Georgeanne Kalweit – e Places, Names, Numbers è la testimonianza del lavoro svolto e delle esperienze vissute da Ferrario negli ultimi anni.

Da una rosa di una trentina di brani escono dunque i nove di questo album (la decima traccia in scaletta, Costa, è presa in prestito dal canzoniere di Robert Wyatt), testimoni un rock imbastardito con i colori sgargianti di una psichedelia brumosa parte integrante del DNA del musicista. Psichedelia che nel caso di questo lavoro significa chitarre elettriche ma anche anguste gallerie barrettiane (o à la The Creation, se preferite, come dimostrano le pennellate stoned di He Fell), ebbre stratificazioni di suoni e una flessibilità ritmica spinta di lato dal timbro volutamente monocorde del cantato.

Il diavolo è nei dettagli, diceva qualcuno: di dettagli il nuovo album di Ferrario è ricolmo, e dai dettagli (siano essi un passaggio di chitarra angolare, un controtempo o magari un cambio armonico inaspettato) si lascia guidare per generare melodie ricercate e tutt’altro che prevedibili, figlie anche del mestiere e dell’esperienza del padrone di casa. Chi già conosce l’artista probabilmente non rimarrà più di tanto sorpreso dal disco (nonostante sia molto più acido rispetto a Headquarter Delirium), ma solo perché il Nostro ormai ha un’identità riconoscibile e ci ha abituati a un livello di produzione fuori media per i tempi grami fatti di wannabe adolescenziali al gusto vapore acqueo che ci tocca sopportare.

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