Recensioni

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Dopo due lavori di rilettura di opere altrui (Giorgio Caproni con Il conte di Kevenhuller e Paolo Conte con Lampi per Macachi), il primo lavoro di inediti autografi di Giovanni Succi è esattamente come te lo aspetteresti, e quindi paradossalmente mai banale o prevedibile. Semplificando, potremmo sintetizzare l’operazione come un qualcosa di meno sepolcrale e più cantautorale – per quanto senso possa avere il tag – rispetto agli ultimi due album dei Bachi da Pietra. Qualche eco torna (quel tarli buttato lì con nonchalance), voce e scrittura sono quelli, ma è ovvio che l’approccio più strettamente musicale sia meno metal-oriented soporattutto rispetto all’ultimo, nerissimo Necroide.

Osservatore accorto e spesso lucidamente cinico, linguista duttile e strisciante capace di alternare senza continuità lemmi come stocastico ed entromachia a rime dal tenore simil cuore/amore, Succi presenta brani che si susseguono sfuggenti e densissimi: la sensazione è spesso quella di una fumosa centrifuga di contenuti disparati, difficili da cogliere al primo ascolto nella loro totalità. Si spazia da dimesse odi a camere di albergo dimenticate (Sipario) a storytelling abbastanza cattivelli (Bukowski), puns un po’ infantili ma comunque divertenti (Artista di Nicchia) e ritratti nostalgici (Remo).

Musicalmente la palette è tanto ampia quanto quella tematica: si spazia tra inaspettate code springsteeniane al sax (Tutto Subito), sporchi blues elettrici (Salva il Mondo), scarnificazioni acustiche (Elegantissimo), qualche tappetino elettronico e perfino un po’ di hip hop su un beat kraut (la splendida title track). Sempre lui, sempre bello, anche stavolta a modo suo.

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